Luce di stella

Ho capito che se dormi al freddo, non c’è coperta migliore di una canzone, e te la immagini buia, piena di stelle, che ti avvolge forte forte. Ed è una delle poche cose che con certezza non ti lasceranno mai.
Perché avere il cuore in gola non mi piace, preferisco un testo sulla lingua e il battito a ritmo di questa canzone.
http://www.youtube.com/watch?v=Pgum6OT_VH8

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DSM IV

Ma che feci io di male nelle mie vite precedenti per finire ad essere sempre e perennemente coinvolta in vicende con casi umani nel vero senso del termine?
Non stavo così bene nel mio periodo di letargo ormono-sentimentale e di zitellismo precoce, in cui era tutto acidume, era tutto musica dal punto di vista tecnico, tutti erano per me fonte di indifferenza?
Furono giorni di gloria.
E come tutti i Glory Days cantati da zio Bruce, dovevano cocnludersi.

Quindi vieni a me insonnia, venite a me fantasie insensate su soggetto non ancora ben identificato (possibile sindrome di Asperger a giudicare da freddezza e incapacità comunicativa – orma classifico le mie cotte attraverso il DSM IV), vieni a me caos e porta con te la certezza che anche questa volta il mio cuore non mi condurrà da nessuna parte. Se non a farmi fottere.

Resta.

A casa da sola, dopo aver preparato la valigia, nella mia vasca. Un bagno caldo e il silenzio, che non mi concedo mai di ascoltare. Il più totale, benedetto, silenzio.

Decido di non pensare che se penso sono perduta, mi massaggio dolcemente la testa con lo shampoo agli agrumi, rilassante già di per sè, e mi abbandono completamente all’acqua, nessun ricordo, nessuna emozione se non un piacevole tepore.
E sto bene, veramente.

Poi esco dalla vasca e in realtà è ancora tutto lì, l’amarezza, l’ansia, il dolore. Ci sarà di nuovo quando rimetterò piede in terra italiana nel 2013, ma non perchè è qui, in questi luoghi, in questa casa, ma perchè ha una prenotazione fissa nel mio cuore, alberga tranquillo in una suite presidenziale.
So che sta solo a me sfrattarlo.
Ma è tutto quello che mi resta, e voglio coccolarlo ancora per un po’ col servizio in camera e la pay tv.
Poi giuro che lo manderò via, lo prometto. 

Don’t go away

“Allora, Jude, alla fine ti trasferisci con me?” mi chiede G, che mi parla del suo futuro e che come sempre vorrei saper ascoltare meglio.
Parla di Londra e del fatto che lei, studentessa in Scienze Internazionali, ed A, laureanda in Lingue, vorrebbero passare un anno della loro vita all’estero.
Ovviamente la prospettiva mi attrae e la mia risposta è un sì convintissimo, che lascia spazio poco dopo ad un titubante dubbio atroce: ma io che ce vado a fa’? 
Londra è casa, per me, non ci torno da cinque anni e mi manca come mi mancherebbe la cotoletta (che è il mio piatto preferito, sì) nel deserto. Là c’è tutto quello che sono e che qui non potrò mai dimostrare, c’è la musica che amo, c’è la lingua che parlo quasi meglio dell’italiano.
Ma cosa potrei farci lì, un anno intero?
La paura mi ha assalita.
“No, G, non ci verrei su un anno, al massimo un paio di mesi”.
“Paura?”.
“Non saprei cosa farci, lì, è quello il punto”.
“Staresti con noi”.

Beh, se loro se ne andassero veramente porterebbero via metà del mio cuore e poco avrebbe senso.
Maledizione, la maggior parte delle mie compagne di liceo nemmeno si sente più, e noi tre invece siamo rimaste così unite, così complici, così indispensabili.