The Script live @ Alcatraz

Dopo una settimana di apatia totale, costellata da episodi di febbre alta e influenza varia, sono uscita ieri di casa per la prima volta per questo:

Esatto, ieri era il giorno del concerto dei The Script, e io ero là in mezzo, in terza fila più o meno, ad affrontare il primo dei concerti progettati quest’anno.
Me lo sono goduta come se ogni nota fosse una goccia di acqua nel deserto, come se fosse indispensabile avere i ricordi bene impressi di tutto quel trambusto.
I ragazzi sono stati bravi, di più. Bravissimi. Hanno tirato fuori il meglio e penso di non aver mai pianto così per nessun concerto, alla fine. Perchè i live grandi sono belli, ma quelli piccolini sono un’altra cosa, a livello di pelle, di emozioni.
La band di apertura era, poi, almeno al pari dei The Script (parliamo di altri tipetti irlandesi, The Original Rudeboys, che dicono ‘noit’ anziché ‘night’, per intenderci), con un lead singer che mamma mia, in tutti i sensi, e un ukulele di cui non ho ancora capito il ruolo esatto, ma che ci stava bene.
Insomma, gran concerto, gran serata, e i The Script si sono conquistati uno spazio nel mio cuoricino.
Devo ringraziare F, Eri e Ale per avermi fatto questo magnifico regalo.
E se fino ad ora le mie teorie dell’attesa vertevano su…ieri, è il momento di spostare le cose un po’ più in là e proiettarmi verso il 3 giugno. 🙂
PicMonkey Collage

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Sparklin

Oggi brillo di luce riflessa.
La Sissi è contenta e, inevitabilmente, trasmette anche a me tutta la sua allegria, raccontandomi i piccoli passi avanti che ha fatto ieri con quella specie di essere umano che amo definire Porceddu. Così, per assonanza.
Poi ci sono la Eri ed F che sono esaltate per il regalo che consegneremo ai nostri super-amici, e non so come, mi sono ritrovata a fare un biglietto con la nostra foto e il testo di Grazie perchè (che non è esattamente il mio genere), proprio così, travolta dalle loro mega idee. Ah, dettaglio, il biglietto si accompagnerà ad un paio di boxer rossi con la foto di noi ragazze sulla chiappe. Fine come cosa.
Va beh, alla fine mi rendo conto che come tutte le donne sono soggetta a sbalzi ormonali/umorali di tutto rispetto, ora resta da capire se la mia vera situazione è quella iperattiva di oggi, o quella amorfa e depressa di ieri.
Bah.

Dai, buona vigilia a tutti, se festeggiate il Natale. Io in teoria no ma per quest’anno faccio un’eccezione, ne andava di un carico di cake-pops (clic per chi non sapesse cosa sono) abbastanza ingente.

Birthday presents

Immagine

E così, alla fine, ho accettato di festeggiare questo benedetto compleanno.
In anticipo perché, punto primo, non ne avevo voglia e quindi ho sfruttato la prima serata utile, e, punto secondo, perché avevo fatto una figura di merda col Raf e dovevo in qualche modo farmi perdonare (non è bello dire ad una persona “Sì, ci vediamo giovedì” e farti sorprendere pochi minuti dopo, pensando che lui fosse andato via, a dire ad una compagna di università “Col cazzo che ci vado giovedì“).
Va beh, alla fine non c’era A, non c’era V, ma c’erano G, Deb e il suo fidanzato romagnolo il cui accento mi mette il buonumore ogni volta che apre bocca, Marti, F, Ale, e altre persone che non vedevo da tempo.
Sia chiaro, l’unica cosa che abbia fatto vagamente intendere che quella in atto era una celebrazione di compleanno era la torta fatta in casa da me, [l’unica che so cucinare n.d.r.] che nonostante l’aspetto poco invitante ha riscosso un certo successo di pubblico con finale a sorpresa: Chiara e Raf che ne fanno fuori ben tre fette a testa impedendo così alla sottoscritta di assaggiarne anche solo la salsina al cioccolato.
E la torta è l’unico elemento che mi fa apprezzare i compleanni. 

Insomma, alla fine è andato tutto per il verso giusto e ho ricevuto in regalo, tradizione che viene rispettata da anni, ormai, un biglietto per un concerto: dopo Take That (?) e Incubus, quest’anno sono arrivati i miei adorati The Script e ogni volta che prendo in mano il foglietto giallo di Ticketone entro in estasi totale, è sempre un’immensa emozione.
Per la contentezza ho dispensato mega abbracci a tutti, anche al Raf che non sempre mi sta così simpatico, a Chiara che ultimamente non è esattamente quella che si può considerare la mia anima gemella, e al buon Ale che conosco da poco ma che è tipo il super amico più disponibile del mondo.

Il mio vero compleanno, però arriverà solo domani e come sempre sono preoccupata. Solitamente quand’è il momento sono depressa, molto, e per quel giorno tendo a voler chiudermi in casa e a non voler sentire nessuno, i messaggi li leggo tutti la sera e cerco di non farmi trovare. E’ che non ci trovo niente di allegro nel ricordare una data che è simbolo del fatto che ci si avvicina inesorabilmente alla decadenza fisico-psichica. Discorsi astrusi.
Ma è un fatto indipendente da me, alla fine i miei amici vorrebbero solo starmi accanto.
G mi ha proposto, per domani pomeriggio, un bel bivacco come ai tempi del liceo al parco. Solo, con aggiunta di vino. Saremmo io, lei, A e Mì. Ovviamente quando è stata introdotta la parola ‘vino’ non ho potuto assolutamente rifiutare per una questione di coerenza alcolica. E quando ho sentito dire ‘venerdì pomeriggio’ mi è venuto in mente che era il giorno libero di V e che il parco è sotto casa sua.
Perdona l’ora, ma lavori venerdì? L’anno scorso avevi dimenticato il mio compleanno, quest’anno te lo ricordo io. Scendi in Villa, io porto il vino e tu il tuo culo sfondato“.
No, lavoro tutto il giorno ma sono in pausa dalle tre alle sette“. (E qui penso, mi prendi per il culo?).
Ci sta, noi per le tre siamo giù“.
Sì, così forse finalmente rischio anche di vederti“. (Eri sibillino, amico?).

Limbo

“Jude! Mi manchi, ho voglia di vederti”.

Giustamente. Quando io sto ricominciando a farmi una vita, per una dannata sera in cui penso solo a cantare accompagnata da una ragazza appena conosciuta e da un tizio dal nome strano che suonano la chitarra. Cantiamo i Guns’n’Roses, gli Oasis e anche gli Of Monsters And Men e i Plain White T’s. 
Insomma, quando una comincia a stare meglio. A godersi la propria esistenza e i primi risultati della policy of non-communication messa in atto da qualche settimana a questa parte. Una inizia addirittura a credere ai luoghi comuni, tipo lontano dagli occhi e lontano dal cuore. Una ci ripone tutta la sua forza, in quelle parole.
E quando è sul punto di aprirsi, dopo tanto tempo, a degli estranei, le vibra il cellulare.
“Jude! Mi manchi, ho voglia di vederti!”
Le parole che avevo sempre sognato di leggere, per almeno tre anni. 
E le parole che ora sono diventate il mio peggiore incubo.

Mi manca anche lui. Ma sarò più forte. 
Ho appiccicato un po’ di foto alla mia lavagna magnetica.
C’è John Lennon che mi fa il segno della vittoria con le dita.
C’è F che mi dice di continuare a lottare.
Ci sono l’abbraccio di G e i sogni di A.
C’è Firenze, Londra e i biglietti dei concerti dei Kooks, di Springsteen e degli Incubus. E poi c’è Mì in discoteca, che è un evento che avviene una volta ogni eclissi totale di sole.
Le cose per cui vale la pena continuare a non darsi per vinti.

C’è anche lui, resta pur sempre una parte essenziale di me. Accompagnato da una speranza, quella di poter riuscire presto a guardare quella foto senza pensare che poteva essere diverso. C’è la convinzione che prima o poi, perseverando, arriverò a quel punto in cui non vedrò l’ora di riabbracciare il mio vecchio amico.
E basta.