I’m only sleeping

Febbraio non mi ha mai fatto bene, in generale.
È sempre stato il mese delle scoperte tristi, delle prime volte andate in fumo, dei segnali da non interpretare.
E il mio fisico, la mia psiche, il mio io si è semplicemente adattato: febbraio ormai è sinonimo di letargo.
La chiamano anche depressione stagionale, i media si riempiono la bocca di questi termini, hanno la smania di definire con un termine universalmente riconosciuto ogni singola cosa, un po’ come me.
Io soffro, comunque sia, di questa cosa.

Si tratta del momento dell’anno in cui sento che per un po’ devo mettere da parte la forza che ostento continuamente in ogni situazione, come quando mio zio si è ammalato ed è morto e io non ho versato una lacrima di fronte a nessuno, sono stata roccia sicura e indistruttibile per quanti volessero usufruirne, e quando pochi mesi dopo, mia nonna si è ammalata per il dolore di aver perso un figlio e di nuovo sono stata l’appoggio di tutti. Ho dovuto aspettare febbraio per riuscire a mettere da parte la corazza e affrontare, finalmente, il mio dolore. L’ho fatto stando a letto giorni interi e coccolandomi con il piumone e i tè caldi.
L’anno scorso è stato però l’anno peggiore, me la sono presa con tutti per questa mia condizione, ho rivangato le peggiori cose in ogni rapporto e chi mi è rimasto vicino è stato per me tutto, anche se tutto ciò che facevo era cercare di allontanarli per vergogna o forse perché ero solo stanca.

Quest’anno per fortuna, essendo preparata, sto riuscendo a gestirla, nonostante a ben vedere sia un periodo bello pesante tra frustrazioni relazionali e impegni carichi di responsabilità. Sono ben poche le cose che mi danno la forza e nemmeno una è esterna a me: non ci sono persone da cui sto traendo energia per alzarmi la  mattina, bensì lo faccio dalla piccola riserva di benzina che ho dentro e dall’impegno che sto mettendo nel tirocinio al nido con i miei bambini.
Venerdì per esempio, dopo una bellissima giornata con i bambini all’asilo, sono tornata a casa con il magone, anzi con le lacrime agli occhi, perché già mi mancavano. E mi rendo conto che non è un comportamento normale, e ho dovuto ammettere che anche quest’anno è tornato il mio amico letargo e devo assecondarlo per un po’.

“Please don’t wake me, no, don’t shake me. I’m only sleeping”.


Piumone e tisane saranno ancora per un po’ I miei migliori amici. Mi riprometto che quest’anno durerà poco, ma se il corpo e la mente me lo stanno richiedendo, è giusto che io conceda loro questo momento.

 

Anche se vorrei solo piangere.

London.

Londra 484Ok, bene.
Ventiquattro ore fa stavo facendo una foto con in braccio la chitarra di Bob Dylan ma cercherò di restare lucida.

Londra. Londra è… Londra. Per me da sempre è sinonimo di casa, è la certezza di avere un posto nel mondo. Stavolta l’ho girata bene, ho imparato a trovarmi da sola le strade e i luoghi con i prezzi più abbordabili, a non prendere mai una hot chocolate perché è acqua sporca, a ricordare a memoria tutte le fermate della Piccadilly line (“Next stop is Covent Garden. Please mind the gap between the train and the platform. This is a Piccadilly line service to Cockfosters“), a non attraversare come e niente fosse ad Abbey road che se no ti tirano sotto.

Il casino. Il perenne pullulare di gente, è questo che mi manca in realtà.
Il Capodanno da sette ore ferma al freddo e al gelo perchè se no Westminster si riempie troppo e non c’è più posto e i fuochi li devi vedere da Trafalgar dal grande schermo che fa schifo.
Gli inglesi ubriachi che attaccano bottone dicendo tutti “Io parla poco italiano” (vi amo. Vi prego, fatelo sempre).
La pioggia e subito dopo il sole.
I rockers mega bravi della metro a Piccadilly.
Il messaggio che non ti aspetti, che quando manca poco alla mezzanotte, quando non ci speri più, quando sei lì lì per veder scoppiare la London Eye di colori, ti dice “Mi manchi, Jude”. E riconosci che il numero di telefono è il suo, quello che avevi eliminato ma che tanto conosci a memoria. V.

London’s magic. London’s mine.

Grazie iTunes

Continuando a starnutire saltello sicura nella riproduzione casuale di iTunes.
No, non possiedo alcun marchingegno touch screen Apple né anelo ad averlo. Prima di tutto perché non so come si usa, con le dita mi ingarbuglio tutta; in secondo luogo sono affezionata al mio cellulare del giurassico; e last but not least, non ho nemmeno un centesimo in tasca per considerare anche solo l’idea di comprare un aggeggio simile.

Ho iTunes sul computer per due motivi di base:

1)    Sono una persona disordinata, totalmente, non riesco a tenere un regime di equilibrio (anche solo apparente) in camera mia per più di trenta secondi. Il mio caos si riflette anche sul desktop del mio computer che consiste in tremiliardi di icone sparse senza logica e sulla mia libreria, dove libri dell’uni si confondono amabilmente con narrativa russa e foglietti vaganti e quaderni delle superiori. L’unica cosa sulla quale non sono disordinata, è la musica: nel mio mobiletto ho in ordine di grandezza buste con gli spartiti per il pianoforte, dvd di musica, cd originali divisi per artista, porta cd con i dischi masterizzati. Per non parlare della perfezione maniacale con cui ripongo i vinili dopo averli utilizzati: prima nella bustina bianca di carta velina, poi nella copertina vera e propria, sempre rivolti verso l’alto. E guai se mi striscia la puntina durante la riproduzione, è il panico. Per osmosi, anche sul mio pc la musica deve essere rigorosamente in ordine e iTunes è la soluzione migliore. Tutti i miei 5,13 GB di canzoni (circa mille, in tutto) sono completi di artista, album da cui il brano è tratto o singolo se si tratta di un lato B, anno e genere. Dal primo all’ultimo, senza distinzione tra Creedence Clearwater Revival e le poche canzoni da spiaggia che ho tirato su strada facendo.

2)    I magici effetti visivi: immaginate di essere da soli, in una stanza completamente buia. Fate partire una canzone come Across the universe su iTunes, avviate gli effetti visivi a schermo intero. Partirà un trip assurdo tra galassie colorate, stelle, buchi neri e grandi eclissi, entrerete appieno nella musica e vivrete un’esperienza totalizzante. Grazie signor Jobs per gli effetti visivi di iTunes.

“In the jingle-jungle morning I’ll come following you”

Stasera, dopo un bel po’ di mesi, ho rimesso sotto le dita i tasti bianchi e neri del mio buon vecchio fidato pianoforte. E’ sempre un’emozione, e il fatto che riprenda sempre con mesi di intervallo, rende ogni volta come la prima volta.
Io volevo fare chitarra, ma per un errore mi iscrissi a piano, al liceo, e lo studiai per tutti e cinque gli anni. Non mi piegai mai alle richieste della prof di imparare un po’ di repertorio classico. Nein! Io volevo fare col piano quello che avrei dovuto fare con la chitarra, e così con la prof collaborammo ad arrangiare un po’ di canzoni pop/rock. 
Imagine è l’unica che ricordo ancora a memoria e che suono senza spartito e senza incertezze. Your song non mi viene tanto male, così come Let it be, solo un tantinello arrugginite. 
E poi ci sono quelle che mi sono imparata da sola, quando ero già all’università, molte dei Beatles, Wish you were here dei Pink Floyd e alcune dei Coldplay. Per il resto vado un po’ a orecchio, posso suonarne un sacco a caso, con Wonderwall è stato fantastico, senza averla mai letta sapevo suonarla, forse perchè ero particolarmente in sintonia con i Liam e Noel di allora. 
Beh, ora il mio piano è stato spolverato e spero di non perdere la voglia in poco tempo, perchè dopo aver suonato sto sempre meglio, e per me è importante.
La musica è il centro della mia vita, poterla anche produrre decentemente mi rende un pochino più realizzata. E’ bello. 🙂

Delirando

Lezioni di vita in pillole?
Ne basta una per essere felici: NON INNAMORATEVI. MAI.

Lo disse anche Bacharach nella canzone più idiota che scrisse:

What do you get when you fall in love?
A girl with a pin to burst your bubble .
That’s what you get for all your trouble!
I’ll never fall in love again!

Ma sì, cioè ok, alla fine meglio saperlo, o no? Intendo che quasi tutti gli autori russi mi hanno presa per il culo, così come i Beatles e Bruce e tutti quanti. Anche le mie amiche. Quelle fidanzate da una vita. “Vedrai! Quando trovi quello giusto, sarai la persona più felice del mondo”. E io: “Sì, ma a me la vita da single mica dispiace, anzi”.
Beh, vaffanculo! Ora siete tutte single, io lo ero già e non ho perso nulla. E poi, l’avevo trovato quello giusto, io, mica per finta.

Delirio di una pazza, capitolo 1. -.-”

La vie universitaire (comment me manque!)

Bicocca: semestri. Che in realtà si concludono in tre mesi e per i rimanenti tre resti a casa a “studiare” per le sessioni di fine semestre.
Tre. Lunghi. Mesi.

L’università, se la vivi bene e con voglia di fare, è un ambiente stimolante. Ogni giorno conosci qualcuno di nuovo, anzi, devo ammettere che in due anni ho incontrato alcune anime che sono entrate a far parte delle persone più importanti della mia vita. Anime belle, ricche, con cui condividere concerti e passioni. Sì, mi mancano molto, purtroppo unire tutta la Lombardia in una giornata sola è complicato, problemi lavorativi e di trasporto si sommano. E così non vedo la Varesotta da mesi, la Lodigiana altrettanto e troppo poco spesso la Milan-pugliese che viene in Bicocca praticamente solo per portarmi la colazione sapendo che io a casa non la faccio mai (non è un amore?).
Poi, oltre alla persone, mi manca salire sul treno la mattina presto, magari anche quando fa freddo. Un buon libro, il mio maledetto lettore mp3 vecchio come il cucco che può contenere solo 200 canzoni, costringendomi a scegliere tra le attuali 855 della mia libreria multimediale (scelta che ricade sempre su Beatles, Springsteen, Oasis e Kooks). Un viaggio di un’ora e quaranta accompagnato dalla mia musica preferita e dai messaggi del buongiorno della mia migliore amica. E se si sveglia presto, anche del mio migliore amico, cosa che capitava spesso durante il primo anno di università e che mi metteva addosso una sensazione indescrivibile di tepore, abbracci e profumi che ho nel cuore.

Insomma, la mia università e la mia vita, quanto mi mancano!
Fortuna che a ricordarmela c’è di fronte a me questo bellissimo ed irrinunciabile manuale di storia moderna. No aspetta. :O