Destini?

Un sabato sera in cui le lacrime fanno fatica a restare dietro le palpebre, e in cui il muro che mi sono autoinstallata per non fare in modo che escano è più resistente del solito.
Dopo il terzo sabato di fila che passo con l’ansia che precede un grande evento, mi ritrovo per il terzo sabato di fila a tirare le somme e a rendermi conto che non c’è stato nessun grande evento. Ma nemmeno un piccolo evento, in realtà.
Decido di sistemare la mia mansarda, cosa che non faccio se non in situazioni tragiche, e tra le scartoffie degne della migliore delle studentesse e della peggiore delle segretarie (il dramma è che rivesto entrambi i ruoli), ritrovo un biglietto giallo molto ma molto sottile su cui è scritto “Grossman, Vita e Destino”.
Me l’aveva dato il dottore che mi ha fatto la visita per il lavoro al nido, che non so bene come ma dall’alto dei suoi 95 anni aveva colto che mi piacciono i romanzi russi, quelli lunghi in cui la storia delle nazioni si intreccia alla vita e ai sentimenti di qualche personaggio.
Il titolo non può che farmi pensare a Eri e alla sua visione di destino –  che a suo dire ancora non ho capito bene – che è in ogni caso totalmente diversa dalla mia. Anzi, io ritengo non esista proprio il destino, quindi l’incompatibilità di definizione è chiara.
Fatto sta che trovo un romanzo con questo titolo, in un sabato sera in cui non è successo niente e in cui come mai prima d’ora cerco un segnale, anche del destino mi va bene, che mi dia la spinta per andare avanti e convincermi che sto percorrendo una strada in salita e in solitaria, ma che comunque prima o poi mi porterà da qualche parte.
Che Eri avesse ragione?

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Oroscopi al centro del mondo

Potrebbe essere difficile concentrarsi. Il trucco è di non prendere niente troppo sull’emotivo. Tieni le cose sul lato illuminato, e non ti abbattere se sembra che non riesci a trovare gli strumenti per scavare a fondo quanto vorresti. Potresti essere più produttiva se riuscissi a scremare più questioni piuttosto che provare a penetrarne solo una in particolare.
Che io non ci credo mica nell’oroscopo eh. Però a Londra, G mi ha trasmesso la sana abitudine di consultare questo sito di oroscopi a fine giornata, così, giusto per fare un bilancio. Il fatto che ci azzecchi sempre e che per questo mi faccia molta paura, non lo contiamo.
In sostanza, anche oggi il mio amato sito mi ha dato lo spunto giusto per bloccarmi.
Oggi è stato difficile concentrarmi sullo studio (ma perchè ho scelto di specializzarmi, che a quest’ora potevo già aver chiuso per sempre tutti i libri?) perché ero in un’altra dimensione. L’impresa di scavi in situazioni problematiche “Jude Trivelle s.r.l.” ha aperto e oggi ha fatto anche gli straordinari, che ce n’è di lavoro.
Ero là, nei meandri delle parole ma soprattutto degli sguardi, a cercare cosa poi? Il centro del mondo? Tanto poi so già che scotta e devo tornare indietro.

“Sto bene, non ti preoccupare, ma oggi gli ormoni sballati mi hanno portato a pensare anche a questo…”

Mi chiedono come mi sento. “Ti stai per laureare, sei l’orgoglio di tutti, hai intorno persone disposte a passare sopra i loro problemi pur di starti vicino in questi momenti”.
È vero. Momenti di gloria. Ho iniziato il corso di laurea magistrale e ho un futuro che si prospetta quanto meno interessante, davanti. Ho scelto la strada giusta per me. Mi sto per laureare nella triennale e so quanto duramente ho messo alla prova i miei nervi e la mia salute, nell’ultimo mese, per scrivere questa tesi, frequentare il nuovo corso e insieme lavorare come segretaria in palestra.
Lo sono. Sono fiera di me. E sono felice di vivere questo momento con delle persone meravigliose, con la valigia sul letto per tornare a Londra e la copertina turchese della tesi davanti ai miei occhi.
Sì. È tutto come deve essere.

Ma come mi sento?
Incompleta.
Ho giocato tutto su me stessa, e ho vinto, è vero. Ma non ho puntato su nient’altro. Niente.
Avevo intenzione di puntare su qualcosa, su qualcuno. Sono una codarda come poche. E ho lasciato scappare anche questo.

Non sono mai stata veramente innamorata, se non di un amore malato e ansiogeno e fortunatamente concluso. Mi chiedo se sarò mai in grado di innamorarmi davvero, e di puntare anche sul condividere questo sentimento con qualcuno. Ormai dubito. Devo avere qualche disturbo comportamentale.
Quando avevo l’occasione di capire, ho trovato, di mia spontanea volontà, i migliori escamotage per uscirne senza variazioni.
Sono solo una che ha paura di se stessa e di provare qualcosa. Ecco tutto. Ecco perché ho puntato tutto sul futuro, sugli studi e sulla carriera. Perché ho paura di affrontare il presente, e chi c’è ora.

Pargoli

Avrei potuto studiare scienze del turismo e fare tirocinio al telefono con un tour operator, seduta e comoda. Ma ho scelto scienze dell’educazione e per il tirocinio mi tocca tenere in braccio sei ore una pargola di undici mesi che piange appena la lascio un attimo. E ho la schiena a pezzi.
Però ho il cuore pieno, e in questo week end mi mancano già sia lei che il bambino ciccione, ma tanto ciccione che nemmeno riesce a girarsi, e fa continuamente la faccia stupita (o affamata) e me lo vorrei tanto mangiare.
Le mie compagne di uni, per il primo giorno di tirocinio, hanno commentato su Facebook con frasi come: “Bimba bionda con gli occhi blu che nemmeno mi conosce e già mi corre incontro e mi abbraccia”. Il mio commento è stato un po’ più veritiero: “Bimbo biondo con gli occhi blu che mi vede da lontano e scoppia in un pianto atomico, mi avvicino un po’ e mi vomita addosso”.
Questa è la realtà dei fatti, ma è più bello così, decisamente.

Notte prima degli esami

Notte prima degli esami.
Sono passati poco meno di tre anni dalla mia maturità, eppure mi sembrano secoli.
Come una vita fa, praticamente, perchè questo è successo, c’è nata una nuova Jude in questo fiume di giorni.
La mia notte prima degli esami, quella vera, era stata normale, di ansia per la prova ce n’era ben poca, a diciotto anni avevo dentro tante di quelle cose, tanto di quello slancio a vivere, che la maturità la consideravo solo un passaggio obbligato a cui non ho dato la minima importanza. In fondo, non mi hanno mai chiesto se la volessi fare o meno, mi ci hanno buttata a forza.
Avevo passato la serata su Messenger con A, e non avevamo fatto nessun mega ripassone, ci eravamo promesse con mille parole che sì, erano finiti i nostri cinque anni insieme, ma che non ci saremmo lasciate per nulla al mondo. Forse è stata l’unica promessa che ho mantenuto.
Erano passati tre mesi dal mio primo bacio, e ancora ero in un limbo allucinante con V, che ai tempi era uno stupido ragazzino che si era fatto passare tutte le mie amiche con tranquillità e al quale io sbavavo letteralmente dentro. Come ogni maturanda che si rispetti, quella notte mi sono fatta una cultura su Venditti, “Stasera al solito posto, la luna mi sembra strana, sarà che non ti vedo da una settimana” era l’unico verso che c’entrava qualcosa con me.  In effetti le cose con lui non erano molto diverse rispetto a pochi mesi fa: spariva per mesi e tornava carico di esperienze da farmi pesare. Solo che ai tempi le sopportavo piena di speranza.

Notte prima degli esami anche questa qui, 20 gennaio 2013. E totalmente simile alla prima.
Domani mattina darò il mio (se tutto va bene) sestultimo esame universitario, l’insonnia c’è ancora, e ancora una volta non si tratta di ansia da prestazione.
L’adolescenza che da un po’ non faceva capolino, è tornata a farmi visita per deconcentrarmi, insieme alla maledetta pioggia sul maledetto vetro della mia maledetta mansarda.
A V, fortunatamente, riesco a non pensare più, e non mi devo nemmeno impegnare.
E’ che il mio cuore ha ripreso a battere e lo fa troppo forte, mi dà un fastidio allucinante, e lo fa casualmente ogni volta che apro Facebook e vedo il pallino verde accanto ad una foto di un tizio, non bello, ma quanto meno sensato, esistente e eterosessuale.

Prepariamoci quindi ad un’altra notte insonne, riproduzione casuale dell’mp3 impostata sulla playlist “Fallin’ in love” (dove detiene posto onorario il caro vecchio Tom Waits) e stacchiamo gli auricolari alle 6, che sarà ora di svegliarsi e di andare a prendere il treno

Stazione

Mia mamma mi lascia nella zona dei licei alle 8 del mattino. Io sono diretta in stazione, mentre la massa di studenti scorre opposta a me. Supero le loro facce addormentate, ma di un addormentato annoiato, il peggiore.  Spente. La loro puzza da adolescenti.
C’è di tutto in quel marasma di anime e corpi che sembrano essere diversi ad ogni nuovo sguardo, cresciuti, ma non c’è un’espressione felice.
O forse non la trovo io.
O forse stanno solo andando a scuola.
Più mi avvicino alla stazione, più il tanfo di liceali si attenua per lasciare spazio ad un profumo di università, di volo sul mondo.
Di fuga.
Potrei farlo. Basterebbe un attimo solo.
Scapperei di nuovo, come tutte le volte che parto. Ma da cosa scappo, poi?
Quale notte insonne non sarebbe in grado di salire sul treno con me?
Resto qui. In stazione, solo per un po’. E in mezzo al rumore di un luogo che nessuno abita, in cui il minimo comune denominatore è l’attesa, anch’io mi metto in ascolto e aspetto. Che passi il treno della chiarezza, e che mi porti esattamente dove desidero, senza però riferirlo al conducente che se lo dici i desideri non si realizzano.
Non te li realizza nessuno.

True love.

Giornate produttive, a livello di studio e contemporaneamente di rapporti, come questa, non ne vedevo da un pezzo.
Tra una colazione dolce, un pranzo cinese e un tè delle cinque, tra i pettegolezzi sul popolo lecchese bibliotecario che mi mancava assai (non è vero) e il meritato sfogo su V con le uniche che potevano capire, le mie migliori amiche, ho concluso un intero libro di pedagogia della psicomotricità.

E ho trovato un abbraccio sincero, delle risate vere.

Eun appoggio incondizionato in ogni tentativo di omicidio.