Don’t go away

“Allora, Jude, alla fine ti trasferisci con me?” mi chiede G, che mi parla del suo futuro e che come sempre vorrei saper ascoltare meglio.
Parla di Londra e del fatto che lei, studentessa in Scienze Internazionali, ed A, laureanda in Lingue, vorrebbero passare un anno della loro vita all’estero.
Ovviamente la prospettiva mi attrae e la mia risposta è un sì convintissimo, che lascia spazio poco dopo ad un titubante dubbio atroce: ma io che ce vado a fa’? 
Londra è casa, per me, non ci torno da cinque anni e mi manca come mi mancherebbe la cotoletta (che è il mio piatto preferito, sì) nel deserto. Là c’è tutto quello che sono e che qui non potrò mai dimostrare, c’è la musica che amo, c’è la lingua che parlo quasi meglio dell’italiano.
Ma cosa potrei farci lì, un anno intero?
La paura mi ha assalita.
“No, G, non ci verrei su un anno, al massimo un paio di mesi”.
“Paura?”.
“Non saprei cosa farci, lì, è quello il punto”.
“Staresti con noi”.

Beh, se loro se ne andassero veramente porterebbero via metà del mio cuore e poco avrebbe senso.
Maledizione, la maggior parte delle mie compagne di liceo nemmeno si sente più, e noi tre invece siamo rimaste così unite, così complici, così indispensabili. 

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Il ritorno all’università, capitolo primo!

Ho passato la maggior parte delle giornate estive a studiare un fottuto libro di storia moderna. Le serate no, perché sarei stata scema. Però non sono andata a prendere il sole o in giro a cazzeggiare, ho fatto cinque giorni al mare per grazia divina, ho solo lavorato e poi studiato, studiato e lavorato. 
Ieri ho avuto una crisi di ansia e non mi era mai successo per un esame. Cioè, non ci ho mai perso tanto tempo dietro allo studio, sono un tipo intuitivo e me la cavo sempre. Ma qui c’era in gioco tutta la mia estate, la mia -presunta- borsa di studio, la possibilità di potermi laureare a settembre dell’anno prossimo perché passare questo esame significava non averne indietro nemmeno uno.

Ed ecco, il giorno dell’esame ho la febbre. Il vomito. Il mal di gola. BELLO.
Scendo in università comunque, alla fine mi ero preparata apposta. Faccio quello che devo fare.
Mangio qualcosa con una compagna, torno, vedo G, quella mia splendida amica, mi tranquillizzo.

Arrivo a casa, dormo un po’, accendo il pc, per puntiglio vado a vedere se magari i risultati sono già usciti.
E’ così. Scorro i nomi, arrivo fino al mio, mi blocco. 
Ho appena passato l’esame più difficile del corso di laurea. 
Sono la persona più felice del mondo. 

Muse = amore.

Madness – Muse

Per me restano sempre una meraviglia, al di là degli hipsters che dicono che la loro musica è diventata mainstream. Proposta, amici: aspettiamo l’uscita dell’album e poi commentiamo, eh? 
In ogni caso, credo che l’ultima sia una delle loro migliori e guai a Buddha, Dio, Allah o Visnu se mi si mettono ancora di mezzo per il concerto. CAZZO.

You’re missing

Yellow light – Of monsters and men.

E’ che mi manchi, V“.
Mi manchi anche tu, Jude“. 

Alla fine qualcuno doveva cedere. Dovevo essere per forza io. 
Bastano tre bicchieri di vino, ormai, e via, partenza!

Magari adesso studio per l’esame, dato che la mattinata è andata a fanculo pulendo tutti i vetri di questa casa enorme. Per colpa di questo esame ho pure dovuto disdire una festa di compleanno. FANCULO. Ai vetri e all’esame. 

Che oggi è pure il compleanno di Bruce. ❤ 

Am I sane?

Am I sane?

Tu sei là fuori, a divertirti.
E io ho bisogno di te.
Io sono sola con questa canzone che parla del sentirsi vuoti e della paura di sentire la tua mancanza; è difficile stare sola.
Ho camminato diciannove miglia su e giù per il corridoio. Il lungo corridoio.
Oh Dio, mi manca, ed è passata solo una notte.
Mi manca l’ultima volta che abbiamo litigato, non è triste?
Non diresti che è una cosa brutta?
Non mi importa, e se dovrò, leggerò i tuoi libri, perchè mi faranno venire in mente te.
E imparerò i tuoi appunti, in modo da avere un indizio.
E guarderò i tuoi film, così li conoscerò a memoria.
E farò tutte quelle cose che mi ricordano te.
E laverò i miei capelli col tuo shampoo, e acquisterò il tuo profumo e lo spruzzerò per tutta la mia stanza.
E fumerò le tue sigarette, così già che ci sono muoio.
E poi ti chiamerò. Fa-la-la-la
Sono sana?
Sono sana?
Sono sana?

I love you?

Vedo queste storie di ragazzine che si bruciano la vita per stare dietro al loro migliore amico, e viceversa.
E sto così male per loro, come se ogni volta che vengo a conoscenza della loro brutta malattia, riviva istante per istante, abbraccio per abbraccio, la mia che sostengo essere passata.

Certo.
E’ che io sto così perchè capite, l’italiano medio si fa figo parlando inglese e scrivendo “I love you” negli sms. E’ che io se sento I love you non riesco a pensare al fatto che significa anche Ti voglio bene. Sicuramente è per questo motivo che sono rimasta fregata, sì. Dev’essere così. Non dimentico gli I love you e non so dare loro il giusto significato. 
E quindi sarò nella merda per tutta la vita.

Va beh, intanto 378915798 miei amici mi stanno facendo rosicare per aver preferito Gardaland (che mi procura sempre lussazioni varie) al concerto milanese degli Of Monsters and Men.
Però tanto alla fine so che ho fatto bene a non andarci. Sarei stata tutta sera con una di quelle ragazzine e con il suo migliore amico. Sarei stata triste per loro, molto. 

Tre

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Amiche.
Diamo loro atto che avevano ragione.
In primo luogo sapevano che io coi multipli di tre non vado d’accordo. Con D la cosa si è conclusa dopo nove mesi. Con V dopo tre anni. Il mio voto peggiore è stato 3 al liceo. Ho dato il mio primo bacio, l’errore più grande della mia vita fino ad ora, all’età di diciotto anni, ed era il giorno sei del mese.
Loro dicono che il tre, a me, non si deve manco avvicinare, almeno che non sia moltiplicato per dieci in un bell’esame all’università. Con una lode da parte, magari.
Avevano ragione quando a sedici anni dissi che non avrei mai toccato una sigaretta in vita mia e non mi sarei sbronzata e non sarei mai stata con degli sconosciuti e la prima persona che avrei amato sarebbe stata quella che avrei amato per sempre: mi avevano guardata come se avessero visto il futuro e si erano limitate a lanciarmi uno sguardo, in quell’aula di liceo, sedute su quei banchi stretti, che sembrava voler dire: “Jude, fai che ne riparliamo tra un paio d’anni, eh?”.
Le mie amiche avevano ragione anche quando hanno detto che in fondo, l’unica soluzione per me funzionante, per eliminare una vecchia fiamma bruciata troppo in fretta, era il sistema del ‘chiodo scaccia chiodo’.
Avevano ragione a partire in quinta, quando avevo rivelato che c’era una persona che mi sembrava carina. Lo sapevano che per me non esistono mezze misure e che già il fatto di aver detto una cosa del genere, implicava un mio coinvolgimento molto più profondo.
Quindi sì, amiche mie, avevate ragione. Forse mi piace una persona che non si chiama V e forse sono pronta a lasciarmi tutto alle spalle. Anche e soprattutto grazie a voi.
“G, devo dirti una cosa. Penso che tu e A abbiate ragione”.
“Io e A? Guarda che sono solo io ad avere ragione, A mi segue perché ormai l’ha capito da tempo. Comunque riguardo a cosa, questa volta?”.
“Riguarda S”.
“Lo sapevo. Fanculo, mi hai fatta penare per tirartelo fuori di bocca”.

Ripensandoci, in fondo, il tre non mi porta poi tanta sfortuna. Noi siamo tre, un universo che gira intorno a se stesso da anni, con le stesse modalità. Se questo qui non è amore… 😉