Chi non muore…

…e quindi eccomi qui.
Questo spazietto sul web è stata la casa mia e delle mie parole per tanto, tantissimo tempo.
In realtà non ci avevano mai sfrattate, certo, però forse era un po’ meno casa, un po’ meno nostro. Non siamo approdate a lidi più felici, siamo proprio andate a zonzo per qualche tempo.
Beh, inutile dire che il mio zaino pieno di parole iniziava a diventare pesantino, e non c’è nulla meglio della propria casa per depositare il fardello e stare un po’ al caldo, prima delle nuove avventure.

Cosa dire? E’ iniziato un nuovo anno, il 2015, o così ci hanno insegnato a numerarlo.
Non credo negli ultimi dell’anno che cancellano il vecchio per accogliere il nuovo: ciò che c’era il 31 dicembre l’ho ritrovato uguale uguale il 1° gennaio.
Credo però che così, per puro spirito di positività, debba darmi un proposito per i prossimi 365 giorni.
L’ho trovato in una canzone dei Death Cab For Cutie, si chiama I’ll follow you into the dark.

Waiting for the hint of a spark.

Mi sono imposta che ci proverò. Cercherò la scintilla negli eventi, nei luoghi, e soprattutto nelle persone, anche in quelli che la scintilla mi sembrava non l’avessero proprio. Cambierò idea e mi lascerò, per una volta, guidare.

Fiammiferi

Lo so che ragionando come ragiono, faccio perdere alle parole il loro effettivo significato, lo so. Ma ecco, io vorrei tanto che la scintilla scattasse e sono stufa di aspettare che scatti. Voglio fare in modo che scatti.
E so che la terminologia giusta non è più “scattare la scintilla” dato che è una cosa che ormai sono disposta a voler provocare io.
Ma si sa, è questione di famiglia. Mi sarebbe piaciuto esserci quando, nel lontano 1980, mia mamma si fece fare (sì, ripeto, si fece fare) la proposta di matrimonio da mio papà. Da noi se le scintille non scattano, abbiamo sempre pronti i fiammiferi.
Va beh, che io non sappia come accenderli è un altro conto.

Are we the waiting?

Ho imparato a vivere in funzione dell’attesa.
Ad affrontare ogni singola giornata, ogni singolo battito cardiaco, ogni piccolo grande dolore, come un gradino che, minuto dopo minuto, mi porta al momento che stavo aspettando.

Ho imparato che c’è quell’attesa che ti divora, che fa male veramente, ti ingarbuglia l’intestino e ti fa venire mal di pancia. Quella per cui inizi a prepararti alle 11 del mattino anche se manca mezza giornata all’ora x. E poi tanto è inutile che sai già che non succede quello che vorresti, però sì, ci speri, in fondo.

E poi c’è quell’attesa che te la puoi ritrovare in mano, scritta su un biglietto giallo e di mesi ne mancano addirittura 5, ma sai che sarà forse il momento più bello della tua esistenza, di sicuro lo ricorderai per sempre.

E tutto questo l’ho imparato per non pensare più che se sto male è perché sono sfigata e tutto il resto. E’ perché per pareggiare, mi sono preparata davanti anche tante cose belle.

Been lookin’ for a reason, man, something to lose.

Stazione

Mia mamma mi lascia nella zona dei licei alle 8 del mattino. Io sono diretta in stazione, mentre la massa di studenti scorre opposta a me. Supero le loro facce addormentate, ma di un addormentato annoiato, il peggiore.  Spente. La loro puzza da adolescenti.
C’è di tutto in quel marasma di anime e corpi che sembrano essere diversi ad ogni nuovo sguardo, cresciuti, ma non c’è un’espressione felice.
O forse non la trovo io.
O forse stanno solo andando a scuola.
Più mi avvicino alla stazione, più il tanfo di liceali si attenua per lasciare spazio ad un profumo di università, di volo sul mondo.
Di fuga.
Potrei farlo. Basterebbe un attimo solo.
Scapperei di nuovo, come tutte le volte che parto. Ma da cosa scappo, poi?
Quale notte insonne non sarebbe in grado di salire sul treno con me?
Resto qui. In stazione, solo per un po’. E in mezzo al rumore di un luogo che nessuno abita, in cui il minimo comune denominatore è l’attesa, anch’io mi metto in ascolto e aspetto. Che passi il treno della chiarezza, e che mi porti esattamente dove desidero, senza però riferirlo al conducente che se lo dici i desideri non si realizzano.
Non te li realizza nessuno.

Welcome back to V

Va beh. Alla fine sono riuscita a far passare i dieci giorni che mi separavano dalla sua partenza con nonchalance, sempre piena di impegni e quindi impossibile da rintracciare.
E poi l’aereo è partito e con esso anche la maggior parte delle mie paure, per una settimana buona di studio, shopping, long island e oserei dire serenità (sì, la stessa che dico sempre di possedere da mesi in tutte le mail ad A e nei megalunghi discorsi con G, ma che onestamente non avevo mai avuto il piacere di incontrare realmente).
La mia conclamata serenità, comunque sia, mi porta spesso e volentieri a stati di sonno catatonico, evidentemente, e di sogni strani e veritieri: in sostanza, l’altra notte ho sognato che in questi venti giorni mi sono comportata da stronza.
Mi sono svegliata ed era vero.
Sono una stronza. Una grandissima stronza che per cercare di uscire da un tunnel di dolore lungo tre anni, dimentica che quel tunnel un po’ è affezionato a lei, anzi, dipende quasi totalmente da lei e ne ha un bisogno vitale.
Però mi sono redenta, eh sì, così per pulirmi la coscienza gli ho scritto un messaggio per vedere se era tornato, come andava, cosa avrebbe fatto in questi giorni. Il tempo di un caffè, magari, o di un aperitivo.
Non mi ha risposto.
Penso che sia ancora all’estero e non riceva i messaggi, può capitare. Magari ha perso il cellulare. Entro in uno stato confusionale di attesa convulsa, com’è stato per tre anni, insomma. Mi sveglio stamattina e come prima cosa controllo il cellulare, vecchie malsane abitudini. Nulla.
Accendo il pc e su facebook noto con grande gioia che è tornato, e sta bene, e che scrive dal mobile. Il cellulare non l’ha perso. Quello no, ma sono sicura al cento per cento che stia perdendo me.

E’ proprio vero che quando si parte si dimentica sempre di rimettere qualcosa (o qualcuno) in valigia.

The end

Il punto è semplicemente che alcune cose sono destinate a cambiare.
L’attesa fatta di giorni col fiato sospeso e corse contro il tempo pur di riuscire a vedersi, si è trasformata. In cosa? In dieci lunghi giorni da far scorrere con scuse sopra scuse pur di riuscire a non incontrarlo.
Era questo l’amore che proclamavo ai quattro venti? Era questo?
E’ rimasto fastidio. E’ rimasta noia. E’ rimasta l’umidità di troppe lacrime su questo cuscino. Un’umidità pazzesca, che non si asciuga anche se non è alimentata, da mesi ormai, dal fluire di altre goccioline di semi-amore.

Il punto è semplicemente che alcune cose sono destinate a cambiare. E a finire.