Starlight 2.0

“Non riesco a capire se ho caldo o se ho freddo”, mi dice Dario arrivando in ufficio oggi. “A sentire la radio ci sono otto o nove gradi, ed essendoci il sole ci credo. Però ho un gran freddo, sarà la vecchiaia. Cosa dici?”.
Non so se c’entra la vecchiaia ma a ventitré anni il freddo lo sento anche io. “Più che altro è un freddo pungente”, gli rispondo.
Effettivamente c’è un sole bellissimo, dalle vetrate della palestra si stagliano su un cielo limpidissimo le cime innevate delle Alpi lecchesi, non bianche, ma colorate del giallo pallido del sole invernale. Meravigliose, non c’è che dire.
La serata passa lentamente tra le solite scartoffie da sbrigare e un po’ di studio; tema: illuminismo, quel rincoglionito di Luigi XVI e M.me Pompadour.
Quando finalmente esco dalla palestra, con una voragine al posto dello stomaco e la pancia che reclama la sua cena, mi accorgo di quanto effettivamente sia tutto molto limpido. Tantissime stelle si appoggiano sull’aria gelida, non può non tornarmi alla mente l’ultima volta che avevo visto una stellata del genere e la canzone che mi ero scelta, giorni dopo, per accompagnare quei ricordi. “Starlight, I would be chasing a starlight until the end of my life”.

Era piena estate e anche stasera, quando ormai sono già in macchina, guardando fuori, mi rendo conto di quanto la sensazione sia la stessa che mi pervade un po’ ogni estate. Quella leggera ansia che non so bene da dove viene ma che è come un brivido per la schiena, positivo e negativo insieme.

Tre bacetti

E’ la una e ventotto, una cosa nuova di me è che ho iniziato a soffrire di insonnia, forse perché per la prima volta c’è qualcuno che la condivide con me e, seppur attraverso un telefono, mi tiene compagnia.

Bene, questa sera ho passato una serata di Monopoli alquanto soddisfacente dal punto di vista economico, e M mi ha presentato quella che è stata la sua migliore amica, ancora di salvezza e persona di fiducia durante l’anno che ha passato in America. Una bella ragazza, tedesca, molto tedesca. Credo simpatica. Più che parlarci, l’ho osservata… e ho provato a mettermi nei suoi panni. La scena che secondo me è stata più comica per lei sono stati i tre bacetti che ci siamo dati tutti prima di andare via. Essendo in nove, immagino quanto possa essere sembrato caotico.

Julia, I understand you, I don’t like giving kisses here and there but some people here find unpolite not to give the three kisses“, le ho detto per rassicurarla.
Nevermind, it’s all about traditions“, mi ha risposto lei, in tutta la sua tedescosità.

Inevitabile pensare ai discorsi tipici degli italiani “Siamo speciali proprio perché siamo casinisti”, “Ma noi siamo creativi”.
Accettabile. Specialissimi. Dei veri intrattenitori.
Ma ragazzi, guardiamoci in faccia e poi guardiamo in faccia Julia. Quanto spesso e volentieri ci rendiamo automaticamente delle macchiette? Carne da presa in giro.
E io amo l’Italia e gli italiani. E’ casa mia e non la cambierei con nulla al mondo

Non sono una di quelle che credono nell’omologazione, nella perdita dei costumi… dico solo che a volte facciamo di tutto per sembrare più italiani di quanto lo siamo davvero. Particolare da dire ma spero sia uno spunto di pensiero per qualcuno.
Lo è sicuramente per me, ho dato davvero il peggio della mia italianità stasera senza quasi rendermene conto. E sono certa che Julia sentisse un sacco di feelings, ma sicuramente non era a suo agio.

 

Chi non muore…

…e quindi eccomi qui.
Questo spazietto sul web è stata la casa mia e delle mie parole per tanto, tantissimo tempo.
In realtà non ci avevano mai sfrattate, certo, però forse era un po’ meno casa, un po’ meno nostro. Non siamo approdate a lidi più felici, siamo proprio andate a zonzo per qualche tempo.
Beh, inutile dire che il mio zaino pieno di parole iniziava a diventare pesantino, e non c’è nulla meglio della propria casa per depositare il fardello e stare un po’ al caldo, prima delle nuove avventure.

Cosa dire? E’ iniziato un nuovo anno, il 2015, o così ci hanno insegnato a numerarlo.
Non credo negli ultimi dell’anno che cancellano il vecchio per accogliere il nuovo: ciò che c’era il 31 dicembre l’ho ritrovato uguale uguale il 1° gennaio.
Credo però che così, per puro spirito di positività, debba darmi un proposito per i prossimi 365 giorni.
L’ho trovato in una canzone dei Death Cab For Cutie, si chiama I’ll follow you into the dark.

Waiting for the hint of a spark.

Mi sono imposta che ci proverò. Cercherò la scintilla negli eventi, nei luoghi, e soprattutto nelle persone, anche in quelli che la scintilla mi sembrava non l’avessero proprio. Cambierò idea e mi lascerò, per una volta, guidare.