Love. O no?

“Ragazzi, voi che siete maschi”…
“Maschi?” mi interrompe Eri, sprezzante e con un sorriso ironico e malvagio, che adoro.
“Beh… Ok, voi che siete maschi, potete darmi un parere?”.
La fronte dei miei amici si fa corrucciata e, sono sicura, sono entrambi già spaventati.
“La mia mamma dice che gli uomini di oggi si sentono un po’ minacciati dalle donne, lei dice perché siamo aggressive, io dico che è perché siete pappemolli. Che dite, voi?”.

Non so perché mi sono fatta del male con questa domanda. Penso che in realtà dovessi solo trovare il modo di parlare con loro visto che ultimamente le nostre serate si dividono in due poli, da una parte la Sagra della Salsiccia e dall’altra quella della Patata. Insomma, l’unico tema buono che mi è venuto in mente dopo un drink che si chiamava Kamikaze e dopo essere riuscita a dire “Grazie” al barista per cui ho una cotta dalla notte dei tempi, era questo.
Non so come, ma la conversazione è andata avanti ore, il tempo di una birra, del viaggio in macchina (e di un panino da McDonald’s ché sono a dieta ferrea; eh ma tanto non si verrà a sapere, vero amici?).
Ok, non è stata data risposta alla mia domanda ma quantomeno ho scoperto lati nuovi e disarmanti dei miei ragazzi.
L’uno che è il tipo d’uomo che non vede l’ora di trovare una ragazza, starci insieme un paio d’anni e andare a convivere perché stare soli, dice, non serve a nulla.
L’altro che, al contrario (anche se ancora non so se mente), ha detto NO alle relazioni, sì a Valsoia. No, nemmeno a Valsoia ha detto sì. L’ha detto alla carriera e al proprio soddisfacimento personale.
E ieri sera ero tutta orientata verso di lui, perché dicevo “Eh, come faccio a stare con una persona se so già che la metterò sempre un gradino sotto al mio futuro, alla carriera e alla mia indipendenza? E dove lo trovo il tempo?”.
S. mi dà totalmente ragione (il che potrebbe essere un evento storico), mentre Ale, l’inguaribile ma sfortunato romantico, mi ricorda che per far funzionare una cosa del genere dovrei trovare qualcuno che la pensa esattamente come me, così da entrambe le parti si riconoscono i presupposti della cosa, li si accettano e tutto a tarallucci e vino.
“Ale, bello ma… A trovare una persona che come me non abbia molto tempo, che come me apprezzi gli sforzi personali…”. Mi blocco. Non vado avanti che poi l’imbarazzo mi fa diventare bianca, non rossa eh!, e dico le cose strane.
Però comunque, che rimanga tra noi lettori e scrittori di WP, una persona che la pensava così era lì da parte ma CITUS MUTUS, MENGHIA! NIENTE AVESTE LETTO, CHIARA FUI?

Tutto questo comunque è uscito ieri sera, quando, come sempre, davanti agli altri faccio quella che mette la propria autonomia e indipendenza davanti a tutto. Ma se sotto sotto fossi anche io come Ale? Se in realtà agognassi a quel qualcosa di standard, pieno di magnifica routine, come lo può essere la vita di coppia? Ecco… io anche ora sono convinta non sia così, ho davvero grandi progetti per me stessa che purtroppo devo intraprendere a tempo pieno, senza distrazioni e soprattutto contando solo sulle mie forze.
Eppure, quei 4,95€ che ho speso ieri per un anellino con la scritta “Love”. Dovrà pure significare qualcosa.
O no?  (Perdonate il finale alla Homus Salvinius ma l’enfasi della domanda rende bene).

Finalmente sceglierai!

Close your eyes and you will see 
that you are all you really need .
I believe – Bon Jovi

Punto e a capo.
“Continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai?”
La seconda ipotesi fa meno paura, ora.

Si ricomincia da ieri sera.
E non si guarda più indietro, o almeno ci si prova.
Davvero, questa volta.

Buongiorno, mondo.

London, I’m coming!

Domani, finalmente, parto.
Scappo, nel vero senso della parola.
Consapevole che tornerò e saranno ancora tutti allo stesso posto, che i miei amici mi abbracceranno sempre e che non è sbagliato fuggire per un po’ dal male.
Finisce un anno e stavolta non ho voglia di tirare le somme, perché mi verrebbero in mente solo le cose negative, e io in fondo sono stata bene, non è giusto rivangare solo nel dolore quando ho avuto 365 giorni di amicizia, impegno e consapevolezza di fare le cose giuste per me.
Che è la cosa più grande.

Scrivo e mi rendo conto di avere un mezzo sorriso sulle labbra.
E’ la strada giusta.

Buon 2013 a tutti, buon Capodanno, e mi raccomando, io non potrò ma voi ubriacatevi come se non aveste un domani, perché tanto alla fine un domani lo avrete comunque.

Sparklin

Oggi brillo di luce riflessa.
La Sissi è contenta e, inevitabilmente, trasmette anche a me tutta la sua allegria, raccontandomi i piccoli passi avanti che ha fatto ieri con quella specie di essere umano che amo definire Porceddu. Così, per assonanza.
Poi ci sono la Eri ed F che sono esaltate per il regalo che consegneremo ai nostri super-amici, e non so come, mi sono ritrovata a fare un biglietto con la nostra foto e il testo di Grazie perchè (che non è esattamente il mio genere), proprio così, travolta dalle loro mega idee. Ah, dettaglio, il biglietto si accompagnerà ad un paio di boxer rossi con la foto di noi ragazze sulla chiappe. Fine come cosa.
Va beh, alla fine mi rendo conto che come tutte le donne sono soggetta a sbalzi ormonali/umorali di tutto rispetto, ora resta da capire se la mia vera situazione è quella iperattiva di oggi, o quella amorfa e depressa di ieri.
Bah.

Dai, buona vigilia a tutti, se festeggiate il Natale. Io in teoria no ma per quest’anno faccio un’eccezione, ne andava di un carico di cake-pops (clic per chi non sapesse cosa sono) abbastanza ingente.

Birthday presents

Immagine

E così, alla fine, ho accettato di festeggiare questo benedetto compleanno.
In anticipo perché, punto primo, non ne avevo voglia e quindi ho sfruttato la prima serata utile, e, punto secondo, perché avevo fatto una figura di merda col Raf e dovevo in qualche modo farmi perdonare (non è bello dire ad una persona “Sì, ci vediamo giovedì” e farti sorprendere pochi minuti dopo, pensando che lui fosse andato via, a dire ad una compagna di università “Col cazzo che ci vado giovedì“).
Va beh, alla fine non c’era A, non c’era V, ma c’erano G, Deb e il suo fidanzato romagnolo il cui accento mi mette il buonumore ogni volta che apre bocca, Marti, F, Ale, e altre persone che non vedevo da tempo.
Sia chiaro, l’unica cosa che abbia fatto vagamente intendere che quella in atto era una celebrazione di compleanno era la torta fatta in casa da me, [l’unica che so cucinare n.d.r.] che nonostante l’aspetto poco invitante ha riscosso un certo successo di pubblico con finale a sorpresa: Chiara e Raf che ne fanno fuori ben tre fette a testa impedendo così alla sottoscritta di assaggiarne anche solo la salsina al cioccolato.
E la torta è l’unico elemento che mi fa apprezzare i compleanni. 

Insomma, alla fine è andato tutto per il verso giusto e ho ricevuto in regalo, tradizione che viene rispettata da anni, ormai, un biglietto per un concerto: dopo Take That (?) e Incubus, quest’anno sono arrivati i miei adorati The Script e ogni volta che prendo in mano il foglietto giallo di Ticketone entro in estasi totale, è sempre un’immensa emozione.
Per la contentezza ho dispensato mega abbracci a tutti, anche al Raf che non sempre mi sta così simpatico, a Chiara che ultimamente non è esattamente quella che si può considerare la mia anima gemella, e al buon Ale che conosco da poco ma che è tipo il super amico più disponibile del mondo.

Il mio vero compleanno, però arriverà solo domani e come sempre sono preoccupata. Solitamente quand’è il momento sono depressa, molto, e per quel giorno tendo a voler chiudermi in casa e a non voler sentire nessuno, i messaggi li leggo tutti la sera e cerco di non farmi trovare. E’ che non ci trovo niente di allegro nel ricordare una data che è simbolo del fatto che ci si avvicina inesorabilmente alla decadenza fisico-psichica. Discorsi astrusi.
Ma è un fatto indipendente da me, alla fine i miei amici vorrebbero solo starmi accanto.
G mi ha proposto, per domani pomeriggio, un bel bivacco come ai tempi del liceo al parco. Solo, con aggiunta di vino. Saremmo io, lei, A e Mì. Ovviamente quando è stata introdotta la parola ‘vino’ non ho potuto assolutamente rifiutare per una questione di coerenza alcolica. E quando ho sentito dire ‘venerdì pomeriggio’ mi è venuto in mente che era il giorno libero di V e che il parco è sotto casa sua.
Perdona l’ora, ma lavori venerdì? L’anno scorso avevi dimenticato il mio compleanno, quest’anno te lo ricordo io. Scendi in Villa, io porto il vino e tu il tuo culo sfondato“.
No, lavoro tutto il giorno ma sono in pausa dalle tre alle sette“. (E qui penso, mi prendi per il culo?).
Ci sta, noi per le tre siamo giù“.
Sì, così forse finalmente rischio anche di vederti“. (Eri sibillino, amico?).

I love you?

Vedo queste storie di ragazzine che si bruciano la vita per stare dietro al loro migliore amico, e viceversa.
E sto così male per loro, come se ogni volta che vengo a conoscenza della loro brutta malattia, riviva istante per istante, abbraccio per abbraccio, la mia che sostengo essere passata.

Certo.
E’ che io sto così perchè capite, l’italiano medio si fa figo parlando inglese e scrivendo “I love you” negli sms. E’ che io se sento I love you non riesco a pensare al fatto che significa anche Ti voglio bene. Sicuramente è per questo motivo che sono rimasta fregata, sì. Dev’essere così. Non dimentico gli I love you e non so dare loro il giusto significato. 
E quindi sarò nella merda per tutta la vita.

Va beh, intanto 378915798 miei amici mi stanno facendo rosicare per aver preferito Gardaland (che mi procura sempre lussazioni varie) al concerto milanese degli Of Monsters and Men.
Però tanto alla fine so che ho fatto bene a non andarci. Sarei stata tutta sera con una di quelle ragazzine e con il suo migliore amico. Sarei stata triste per loro, molto. 

Post-adolescenti

Il problema di questi mal di testa che mi porto dietro dopo ogni serata fuori casa mi sa che è il fatto che io non ho vissuto l’adolescenza.
Mi spiego. La mia vita, fino ai diciotto anni, è stata scandita da scuola+musica che la maggior parte dei miei coetanei considerava strana+cotte per ragazzi irraggiungibili+sabati sera a casa guardando Cold Case. Non perchè non avessi amiche, anzi, ne avevo molte, ma eravamo tutte più o meno così. Brave ragazze senza grilli per la testa.
Ho iniziato ad uscire tutti i sabati dopo aver compiuto diciotto anni, fu come venire al mondo una seconda volta. Avevo a disposizione i soldi dei miei primi lavoretti come baby sitter, un corpo che non era nemmeno da buttare e un sacco di argomenti interessanti di cui parlare, accumulati in anni e anni di letture convulse e vinili polverosi. Lo stesso anno, ricordo di aver anche superato uno dei miei demoni peggiori: parlare con un ragazzo.
Avevo questa cotta pazzesca per un ragazzo che veniva nella mia stessa scuola (e la cosa era quasi un miraggio vista la percentuale di maschi presente in un ex liceo magistrale), e mi sentivo così inferiore, perchè avevo delle compagne di classe troiette, appunto, facevano la cosa che veniva loro meglio: troieggiavano. Troieggiavano con lui mentre io non avevo mai avuto nemmeno il coraggio di salutarlo, di dirgli un semplice “Ciao”. Mi allenavo ore ed ore a casa per riuscire a pronunciare la fatidica parola, ma nulla; studiavo a memoria i suoi percorsi all’intervallo, a scuola, per trovarmelo davanti e dirgli quel “Ciao”. Però niente, ero bloccata.
Poco prima del mio diciottesimo compleanno lo incontrai in giro per Lecco, io ero con un’amica e lui non mi ricordo con chi fosse, però così, naturalmente, gli dissi “Ciao”. Mi disse “Ciao” anche lui. Fu uno dei momenti più appaganti della mia vita fino ad allora. (No, non è  iniziato nulla da lì, diciamo che non ho mai smesso di provare attrazione per lui, e l’unica volta che ci ho parlato dopo quel momento è stato poche settimane fa, davanti ad un falò, io sbronza e lui completamente fatto, un dialogo tipo “Sai, D, mi viene da vomitare” “Fai bene, fai bene. Hai del fumo?” “No, D, ma ti ricordi di me?” “A-ha” “Chi sono allora?” “Eh sei mica la tipa là che fa le salamelle?” “No” “Ah. Va beh”).
Comunque, quando ho iniziato ad uscire, ad andare a ballare o ai live o alle feste, ho iniziato subito a tirarmi pacchi pensando a tutto quello che mi ero persa fino ad allora con le mie patetiche cotte e i miei sabati con i gialli di Rai Due. La cosa che più mi era piaciuta delle prime serate erano l’alcool, le sigarette e il contatto fisico con esseri di sesso maschile.
Ero con le mie amiche di sempre, che con me sono cresciute e come me sono esplose dopo i diciotto anni. Siamo diventate pazze insieme, e le vacanze per la maturità a Riccione sono state il nostro vero e proprio battesimo ad una vita completamente nuova. Il problema è venuto dopo, insomma.
Stiamo tutte per finire l’università, nella vita quotidiana siamo ancora le ragazze serie che eravamo, abbiamo i nostri obiettivi e, quando non vogliamo dormire, ce la mettiamo tutta per realizzarli.
Ma quello che ci aveva allettato all’inizio, alcool e ragazzi, sono ancora il nostro dilemma.
Nessuna di noi riesce a stabilire un rapporto normale con un partner. Io per prima. La mia predisposizione alle cotte eterne si è traslata in un rapporto esclusivo con un migliore amico figo ma comunque bisessuale. E non si va oltre, si è sempre lì, bloccati.
E poi ci sono i drink, uno, due, mille, e conseguenti mal di testa, vomitate e ricordi sconnessi.
Abbiamo ventun’anni e nessuna di noi ha ancora trovato un punto fermo, forse stiamo solo recuperando l’adolescenza non utilizzata, ma non staremo andando oltre?