Occhi enormi

Radio spenta.
110 km/h, solo il rumore del motore. La strada è deserta, c’è anche una discreta nebbiolina.
Mi tornano alla mente le parole della mamma del bimbo dagli occhi grandi, evidentemente in balia di uno dei suoi periodi depressivi. “Non riesco più a prendere la superstrada, in macchina, perché quando non c’è nessuno e vado molto forte non faccio altro che pensare che una piccola sterzata potrebbe semplicemente mettere fine a tutto. E’ così difficile resistere. Non la voglio più fare quella strada”.
Io non ho capito bene, l’ho odiata per quelle parole. E le ho chiesto cosa le facesse pensare che la stessa idea non le sarebbe venuta a casa, vedendo il balcone. “Non lo so. So solo che non mi è mai venuta, mentre in macchina è il mio pensiero costante”.
Ieri sera ho capito, mi sono venute in mente le sue parole. Ho pensato anch’io che una piccola virata e sbam! Ho avuto tantissima paura e ho rallentato. Certo, per me non si trattava di “resistenza”, mica voglio farmi una cosa del genere, io.  Ma ho capito quanto l’adrenalina possa essere alta in certi momenti e possa dare realizzazione ai desideri più profondi.
Ho compreso all’improvviso che forse il suo vero desiderio, della mamma del bimbo, era davvero quello di mettere fine ai suoi periodi di sofferenza, e il modo più semplice le doveva essere sembrato quello, per una questione di pura possibilità.
E immediatamente ho pensato anche a quanti motivi avesse per non sterzare, troppi, troppo belli. Gli stessi che a casa la tenevano lontana dal balcone, dal gas, da tutto quanto. Due erano sicuramente gli occhi enormi di suo figlio.
Allora tutto è stato chiaro.

Perché?

Sì, alla fine mi sono lasciata coinvolgere, e zio pera, lo sapevo che non posso proprio scappare da certe cose.
Quando si parla di me, da una miccia si passa sempre a tutto il carico di esplosivi.
A mia discolpa posso dire che sì, giuro che non lo volevo, non volevo nè ‘rimanere troppo coinvolta’ per quanto riguarda S, nè ‘incazzarmi a dismisura’ per quanto riguarda invece V. Ma questo ponte non ancora concluso è stato un fiume in piena di confusione, sensazioni strane e belle, e delle odiate ma sempre presenti bugie.

Beh, il vero problema è che mi sto riempiendo di sberle da sola.
Prima per aver aiutato V mentendo, l’attività che più odio al mondo. SBAM. E poi perchè pochi minuti dopo penso a qualche piccolo gesto di S nei miei confronti e inizio a sorridere come un’ebete. ALTRO SBAM.

Perchè tutto quello che non voglio sta accadendo?
PERCHE’?

The last goodbye – The Kills

[http://www.youtube.com/watch?v=MgaHy7DYs3g]

Questa canzone è proprio un capolavoro.
Ti fa pensare che qualcuno che è stato abbastanza forte da riuscire a dire addio a qualcosa che amava così tanto, è esistito davvero. Non era una leggenda. Ti dà speranza.
E non è tristezza, per niente. E’ aiuto, in ogni senso.
(Aprirei un blog solo per parlare delle capacità vocali di Alison Mosshart, altro che quella gallina gracchiante di Adele – che, ricordo, non ha una bella voce, se con bella voce si intende quello che intendo io- et similia; ma questa è un’altra storia).

Limbo

“Jude! Mi manchi, ho voglia di vederti”.

Giustamente. Quando io sto ricominciando a farmi una vita, per una dannata sera in cui penso solo a cantare accompagnata da una ragazza appena conosciuta e da un tizio dal nome strano che suonano la chitarra. Cantiamo i Guns’n’Roses, gli Oasis e anche gli Of Monsters And Men e i Plain White T’s. 
Insomma, quando una comincia a stare meglio. A godersi la propria esistenza e i primi risultati della policy of non-communication messa in atto da qualche settimana a questa parte. Una inizia addirittura a credere ai luoghi comuni, tipo lontano dagli occhi e lontano dal cuore. Una ci ripone tutta la sua forza, in quelle parole.
E quando è sul punto di aprirsi, dopo tanto tempo, a degli estranei, le vibra il cellulare.
“Jude! Mi manchi, ho voglia di vederti!”
Le parole che avevo sempre sognato di leggere, per almeno tre anni. 
E le parole che ora sono diventate il mio peggiore incubo.

Mi manca anche lui. Ma sarò più forte. 
Ho appiccicato un po’ di foto alla mia lavagna magnetica.
C’è John Lennon che mi fa il segno della vittoria con le dita.
C’è F che mi dice di continuare a lottare.
Ci sono l’abbraccio di G e i sogni di A.
C’è Firenze, Londra e i biglietti dei concerti dei Kooks, di Springsteen e degli Incubus. E poi c’è Mì in discoteca, che è un evento che avviene una volta ogni eclissi totale di sole.
Le cose per cui vale la pena continuare a non darsi per vinti.

C’è anche lui, resta pur sempre una parte essenziale di me. Accompagnato da una speranza, quella di poter riuscire presto a guardare quella foto senza pensare che poteva essere diverso. C’è la convinzione che prima o poi, perseverando, arriverò a quel punto in cui non vedrò l’ora di riabbracciare il mio vecchio amico.
E basta.

Happy Endings

On air, i Kasabian, nonostante all’inizio odiassi questa canzone, oggi ha un testo molto, molto significativo.
Goodbye kiss

Certe persone si incontrano, o forse si scontrano, per darsi qualcosa che ha già una scadenza. Del tempo, dell’affetto, delle dritte.
Io ho incontrato qualcuno da consumarsi preferibilmente entro fine agosto 2013, l’ho assaggiato, mi è piaciuto, ci siamo scambiati – o meglio, io ho donato a fondo perduto – molto, ma non abbastanza per vincere l’avversa logica del contratto a scadenza.
Triste? No, liberatorio.

Adieu…

Lecco è una città piccola, molto piccola, forse non è nemmeno una città.
Fatto sta che tra ragazzi, di vista o poco più, ci si conosce quasi tutti.

E’ successo che un diciottenne che conoscevo, appunto, di vista, sia mancato l’altra notte per un incidente stradale.
Quando ho appreso la notizia (da Facebook, ovviamente con delicatezza -.-) mi sono messa a piangere come se lo conoscessi da sempre, come se fosse stato uno dei miei migliori amici. E invece ci avevo forse scambiato un ‘Ciao’ all’ingresso del locale dove lavorava, magari gli avevo dato anche del cretino perchè non mi avevo lasciato entrare con l’entrata omaggio. “Non si dà dei cretini ai morti”, mi ha detto l’altro giorno G. quando le ho fatto questo ragionamento.
Caspita, quanto ha ragione.
Però insomma, ieri a Lecco, in centro, i suoi amici hanno organizzato una fiaccolata in suo ricordo: erano più di trecento. Ed erano lì tutti a dargli ancora del cretino.
Credo sia stata una delle cose più belle  e tristi che abbia mai visto.

Solitamente sono piuttosto cinica, non mi lascio prendere dalle tragedie altrui, lascio vivere agli altri il proprio dolore perchè penso che sia loro diritto averlo non in esclusiva, ma almeno manifestarlo come vogliono. Stavolta, però, non sono riuscita a restare indifferente a tutte queste testimonianze.

Lecco oggi è ancora un po’ più piccola del solito, forse. Ma la nuova generazione che tanto criticavo ha dimostrato di poterla rendere molto più grande.

The end

Il punto è semplicemente che alcune cose sono destinate a cambiare.
L’attesa fatta di giorni col fiato sospeso e corse contro il tempo pur di riuscire a vedersi, si è trasformata. In cosa? In dieci lunghi giorni da far scorrere con scuse sopra scuse pur di riuscire a non incontrarlo.
Era questo l’amore che proclamavo ai quattro venti? Era questo?
E’ rimasto fastidio. E’ rimasta noia. E’ rimasta l’umidità di troppe lacrime su questo cuscino. Un’umidità pazzesca, che non si asciuga anche se non è alimentata, da mesi ormai, dal fluire di altre goccioline di semi-amore.

Il punto è semplicemente che alcune cose sono destinate a cambiare. E a finire.