Sette mesi

Tra sette mesi andrò a sentire il venerdì i Muse e il sabato i Bon Jovi.

Il problema sta nel fatto che prima di affrontare quello che sarà il week end più gigante della mia vita, devono passare 197 lunghi giorni, e le cose non stanno andando come prevedevo.
Pensavo di scandire il tempo mancante a suon di viaggetto a Londra, altri concertini all’Alcatraz e sbronze pesanti.
In realtà, invece, ho davanti quattro/cinque esami, sicuramente, nella sessione di gennaio, la tesi e gli esami di giugno.
Ho un papà che ieri, alla cena per i cinquant’anni della ditta, tutto elegante, in giacca e cravatta, orgoglioso di aver portato moglie e figlia da far vedere a tutti i suoi colleghi, si è sentito dire che forse non potrà più lavorare lì l’anno prossimo. Non è grave, è già pensionato ma per lui sarebbe un colpo durissimo non avere più il lavoro che ha fatto per venticinque anni.
Ho dei rapporti che stanno andando alla deriva, ho la sensazione di essere stata sostituita con qualcun’altro quando penso ad A e G, le mie migliori amiche.
E ogni tanto penso ancora a V, a quello che mi è rimasto che è soltanto un numero di telefono inciso nella mia memoria, nemmeno salvato sul telefono, solo nel mio cuore. Voleva venire anche lui a vedere i Muse, quando avevamo perso i biglietti per Bologna, gli sarebbe proprio piaciuto. Le cose cambiano. Ho questo vuoto nello stomaco quando ci penso.

Magari per colmarlo ora mi rifugio nella Nutella.

Meno centonovantasette.

Cara mamma

Cara mamma,
ti scrivo perchè quando provo a parlare, non mi senti.
Sei veramente una brava mamma, dico sul serio, e tu voglio un gran bene, ma ci sono un paio di cose che faccio fatica davvero a sopportare ultimamente, forse è perchè non sto bene io, questo non lo so, però ho l’esigenza che tu le sappia.
Quando l’altro giorno sono scoppiata a piangere in macchina, certo, un motivo lo avevo. Era il mio momento di crisi, che sapevo sarebbe arrivato presto o tardi.
Non sai bene com’è andata, e non mi sembra il caso di stare di nuovo a raccontarlo dettagliatamente, ma ho chiuso con V. per sempre, la scorsa settimana. Tu dirai che “tanto era un coglione, era ora”, ma per me è comunque l’epilogo di un capitolo doloroso della mia vita. Pensavo di reggere e invece, improvvisamente, quel giorno sulla Clio, non ce l’ho più fatta, bastava una molla piccolina per scattare.
E ti sei arrabbiata. Perchè piangevo. E ho giustamente invocato il mio diritto ad essere un po’ giù per un giorno. Nessuno vuole sentire gridare quando piange, Mà, nessuno.
Va beh, fosse per quella volta, ma poi non hai capito che effettivamente per me questo è un periodaccio, tra il tirocinio che non parte, la tesi, lui, le amicizie.
Durante i tuoi periodacci, Mà, non mi sono mai permessa di sgridarti e urlarti dietro, nemmeno papà: ognuno ha il diritto di vivere il suo dolore con i propri tempi, questo l’ho imparato da te. E vorrei solo fosse lo stesso per me.
Non fa bene a nessuna persona triste, sentirsi inutile, incapace.
Non c’è nessun beneficio nel gridare contro qualcuno che non può reagire, che nemmeno sente.
Vorrei mi dimostrassi che sei fiera di me, del fatto che mi laureerò in anticipo, che non chiedo soldi in casa perchè mi mantengo come posso, che esco solo lo stretto necessario. Ci sono tante cose di cui essere orgogliosi mamma, e allora perchè mi fai notare solo quelle che ti infastidiscono?
Sì, lo so, sembre la letterina di una bambina stupida che fa di tutto per avere più attenzioni. Io ne ho abbastanza, mamma, ti chiedo solo di non inveire su quello che per me è giù un momento delicato.

Ti voglio bene, tanto.

Invasata

No cioè, ok.
Fatemi pesare tutti il fatto che in 15 minuti i biglietti per i Muse erano andati a fare in culo, quest’estate, e che ieri sera mi sono persa il concerto che ogni volta sono costretta a rimandare. Nel 2010 è stata la maturità, nel 2012 l’esame di antropologia che mi ha fatto fare un ritardo di pochi minuti sull’apertura del botteghino, nel 2013 sarà il fatto che è comunque lontano da casa.. ci sarei andata ma, udite udite, sarà il giorno prima dei Bon Jovi.
E tutti mi dicono “Jude, dovevi esserci, è stato colossale”. GRAZIE!

Così, stamattina, come prima cosa, un bell’infantilissimo pianto.
Vorrei far notare che sono mesi che non piango, nemmeno scrivendo a V le mail che stanno sancendo la mia uscita ufficiale dalla nostra triennale pseudo-amicizia. Cioè, intendo dire che in questo momento della mia vita ne avrei di motivi per piangere ma no. L’unico che mi tocca è questo benedetto concerto.

Mi rendo conto ogni giorno di più di quanto la mia vita, effettivamente, giri tutta intorno alla musica. Di come non possa vivere senza di essa, e di come un concerto, ora, per me, è tutto ciò di cui ho bisogno per stare bene.
L’altro giorno la prof. di psicomotricità ci ha detto che sì, fino ai 25 anni tutti siamo fissati con la musica, e poi boom, passa tutto, niente più canzoni a ripetizione eccetera, la musica sarà semplicemente un passatempo o qualcosa da ascoltare per riempire il silenzio.
Se accadesse una cosa del genere a me, non potrei più nemmeno guardarmi allo specchio, tradirei tutta me stessa praticamente.

Bene, ora, dopo questo post da invasata, torno a piangere disperatamente e aspetterò la chiamata della Margi in diretta da Pesaro, per quel poco di Muse live che potrò captare quest’anno.

“Cos’è, mi scarichi?”

“Perchè siamo…noi. Siamo Dex ed Em. No?”
Emma alzò le spalle. “Forse ci siamo stufati l’uno dell’altra”.
Lui non rispose niente per un momento, poi parlò.
“Credi che io mi sia stufato di te o che tu ti sia stufata di me?”.
Lei si pulì il naso con il palmo della mano. “Ho la sensazione che tu mi trovi… noiosa. Pensi che io sia una sfigata. Secondo me non ti interesso più”.

“Em, io non penso che tu sia noiosa”.
“E nemmeno io! Nemmeno io! Io penso di essere meravigliosa, cazzo, so solo tu te ne accorgessi, e una volta lo pensavi anche tu! Ma se non lo pensi più o lo dai per scontato, allora va bene. Solo che non sono pronta a essere trattata così”.
“Trattata come?”.
Lei sospirò e aspettò qualche secondo prima di riuscire a parlare.
“Come se tu volessi sempre essere da qualche altra parte con qualcun’altro”.
Lui avrebbe negato, ma in quel preciso istante la Sigarettaia lo aspettava nel locale con il numero del suo cellulare infilato nella giarrettiera,. Più tardi si sarebbe chiesto se c’era qualcosa che avrebbe potuto dire in quella situazione, magari una battuta. Ma non gli venne in mente niente ed Emma gli lasciò andare la mano.
“Vai pure, dai” disse. “Vai alla tua festa. Ti sei liberato di me. Sei libero”.
Sempre meno convinto Dexter provò a fare lo spiritoso. “Cos’è, mi scarichi?”.
Lei gli fece un sorriso triste. “In un certo senso è così. Non sei più quello che eri, Dex. Preferivo molto di più quello di un tempo. Lo vorrei tanto indietro, ma nel frattempo, mi dispiace, preferirei non mi cercassi più”.
Si girò e, malferma sulle gambe, comincil a percorrere la traversa in direzione di Leicester Square. 
Per un attimo Dexter ebbe la fugace eppure nitida immagine di sè al funerale di sua madre, rannicchiato sul pavimento del bagno mentre Emma lo abbracciava e gli accarezzava i capelli. Eppure in qualche modo era riuscito a mortificare anche questo, a buttare via tutto per niente. Fece qualche passo verso di lei. “Eddai, Em, siamo ancora amici, no? Lo so che sono fuori di testa, è solo che…”. Emme si fermò per un attimo, senza girarsi, e lui capì che stava piangendo. “Emma?”.
Poi all’improvviso lei si voltò, si fece vicina e accostò il suo viso a quello di Dexter, la guancia calda e bagnata contro la sua, mentre gli parlava in modo chiaro e affrettato in un orecchio, e per un attimo di pura gioia lui pensò che stava per perdonarlo.
“Dexter, ti amo così tanto. Così tanto… E probabilmente ti amerò per sempre”. Gli sfiorò una guancia con le labbra. “E’ solo che non mi piaci più, mi dispiace”.

Un giorno, David Nicholls

Don’t look back in anger (?)

Cosa ti aspetti che ti dica?
Forse pensi che con un post in bacheca e qualche frase che dovrebbe farmi provare tristezza per te, potrei tornare ad essere il tappetino usa e getta che sono sempre stata?
Non funziona così. Non più.
Mi prendi, mi giri, mi volti, mi stropicci e mi lasci lì, da sempre, ogni volta un po’ più stropicciata, ogni volta più logorata. E io grido, cribbio, quanto grido lo so solo io, per non farmi calpestare di nuovo, per farti accorgere che hey, ci sono, son qui, non mi passare sopra con i piedi, puoi darmi ancora tanto, posso darti ancora tanto, tantissimo.
Non hai mai sentito nessun urlo, o hai deciso di non farlo, io questo non lo posso dire con certezza. So che non l’hai fatto e anzi, hai accelerato e dato gas per spianarmi. Non era rimasto quasi più nulla, te ne do atto, bravo, bravissimo.
Bene, ora mi dici che hai messo fine alla tua agonia, buon per te, anzi no, non buon per te ma non mi va di parlare di te e te e te e te. Non mi va di parlare. Non mi va di ascoltare, di offrire appoggio, di risolvere problemi per non ricevere in cambio nemmeno un ‘Grazie, Jude, ne avevo bisogno’. Nulla. Mi hai letteralmente consumata, fino al limite.
E ora semplicemente non ne ho più la forza. E non ti chiedo di perdonarmi per questo, non ho niente da farmi perdonare, solo ho una quantità di amor proprio che sì, è abbastanza da farmi salvare quel poco che mi è rimasto.

Dicono che con la rabbia non ci si fa niente. Se le ficcassero in culo queste frasette. Io  è grazie alla rabbia che sono sopravvissuta.