Welcome back to V

Va beh. Alla fine sono riuscita a far passare i dieci giorni che mi separavano dalla sua partenza con nonchalance, sempre piena di impegni e quindi impossibile da rintracciare.
E poi l’aereo è partito e con esso anche la maggior parte delle mie paure, per una settimana buona di studio, shopping, long island e oserei dire serenità (sì, la stessa che dico sempre di possedere da mesi in tutte le mail ad A e nei megalunghi discorsi con G, ma che onestamente non avevo mai avuto il piacere di incontrare realmente).
La mia conclamata serenità, comunque sia, mi porta spesso e volentieri a stati di sonno catatonico, evidentemente, e di sogni strani e veritieri: in sostanza, l’altra notte ho sognato che in questi venti giorni mi sono comportata da stronza.
Mi sono svegliata ed era vero.
Sono una stronza. Una grandissima stronza che per cercare di uscire da un tunnel di dolore lungo tre anni, dimentica che quel tunnel un po’ è affezionato a lei, anzi, dipende quasi totalmente da lei e ne ha un bisogno vitale.
Però mi sono redenta, eh sì, così per pulirmi la coscienza gli ho scritto un messaggio per vedere se era tornato, come andava, cosa avrebbe fatto in questi giorni. Il tempo di un caffè, magari, o di un aperitivo.
Non mi ha risposto.
Penso che sia ancora all’estero e non riceva i messaggi, può capitare. Magari ha perso il cellulare. Entro in uno stato confusionale di attesa convulsa, com’è stato per tre anni, insomma. Mi sveglio stamattina e come prima cosa controllo il cellulare, vecchie malsane abitudini. Nulla.
Accendo il pc e su facebook noto con grande gioia che è tornato, e sta bene, e che scrive dal mobile. Il cellulare non l’ha perso. Quello no, ma sono sicura al cento per cento che stia perdendo me.

E’ proprio vero che quando si parte si dimentica sempre di rimettere qualcosa (o qualcuno) in valigia.

33 giri

Sorpresa del giorno: scoprire che il lettore di 33 giri funziona ancora.
Mega regalo del giorno: aprire l’armadietto coi vinili per provare il lettore, e scoprire un raro Jobim-Sinatra e un  Bob Dylan del 1975. 
Cosa chiedere di più?

Storia moderna assume il suo fascino, se studiata in una taverna fresca, con dei vinili in ottimo stato come sottofondo e lo scricchiolio dei salti dei 33 giri. 
Ho proprio sbagliato epoca.

Post-adolescenti

Il problema di questi mal di testa che mi porto dietro dopo ogni serata fuori casa mi sa che è il fatto che io non ho vissuto l’adolescenza.
Mi spiego. La mia vita, fino ai diciotto anni, è stata scandita da scuola+musica che la maggior parte dei miei coetanei considerava strana+cotte per ragazzi irraggiungibili+sabati sera a casa guardando Cold Case. Non perchè non avessi amiche, anzi, ne avevo molte, ma eravamo tutte più o meno così. Brave ragazze senza grilli per la testa.
Ho iniziato ad uscire tutti i sabati dopo aver compiuto diciotto anni, fu come venire al mondo una seconda volta. Avevo a disposizione i soldi dei miei primi lavoretti come baby sitter, un corpo che non era nemmeno da buttare e un sacco di argomenti interessanti di cui parlare, accumulati in anni e anni di letture convulse e vinili polverosi. Lo stesso anno, ricordo di aver anche superato uno dei miei demoni peggiori: parlare con un ragazzo.
Avevo questa cotta pazzesca per un ragazzo che veniva nella mia stessa scuola (e la cosa era quasi un miraggio vista la percentuale di maschi presente in un ex liceo magistrale), e mi sentivo così inferiore, perchè avevo delle compagne di classe troiette, appunto, facevano la cosa che veniva loro meglio: troieggiavano. Troieggiavano con lui mentre io non avevo mai avuto nemmeno il coraggio di salutarlo, di dirgli un semplice “Ciao”. Mi allenavo ore ed ore a casa per riuscire a pronunciare la fatidica parola, ma nulla; studiavo a memoria i suoi percorsi all’intervallo, a scuola, per trovarmelo davanti e dirgli quel “Ciao”. Però niente, ero bloccata.
Poco prima del mio diciottesimo compleanno lo incontrai in giro per Lecco, io ero con un’amica e lui non mi ricordo con chi fosse, però così, naturalmente, gli dissi “Ciao”. Mi disse “Ciao” anche lui. Fu uno dei momenti più appaganti della mia vita fino ad allora. (No, non è  iniziato nulla da lì, diciamo che non ho mai smesso di provare attrazione per lui, e l’unica volta che ci ho parlato dopo quel momento è stato poche settimane fa, davanti ad un falò, io sbronza e lui completamente fatto, un dialogo tipo “Sai, D, mi viene da vomitare” “Fai bene, fai bene. Hai del fumo?” “No, D, ma ti ricordi di me?” “A-ha” “Chi sono allora?” “Eh sei mica la tipa là che fa le salamelle?” “No” “Ah. Va beh”).
Comunque, quando ho iniziato ad uscire, ad andare a ballare o ai live o alle feste, ho iniziato subito a tirarmi pacchi pensando a tutto quello che mi ero persa fino ad allora con le mie patetiche cotte e i miei sabati con i gialli di Rai Due. La cosa che più mi era piaciuta delle prime serate erano l’alcool, le sigarette e il contatto fisico con esseri di sesso maschile.
Ero con le mie amiche di sempre, che con me sono cresciute e come me sono esplose dopo i diciotto anni. Siamo diventate pazze insieme, e le vacanze per la maturità a Riccione sono state il nostro vero e proprio battesimo ad una vita completamente nuova. Il problema è venuto dopo, insomma.
Stiamo tutte per finire l’università, nella vita quotidiana siamo ancora le ragazze serie che eravamo, abbiamo i nostri obiettivi e, quando non vogliamo dormire, ce la mettiamo tutta per realizzarli.
Ma quello che ci aveva allettato all’inizio, alcool e ragazzi, sono ancora il nostro dilemma.
Nessuna di noi riesce a stabilire un rapporto normale con un partner. Io per prima. La mia predisposizione alle cotte eterne si è traslata in un rapporto esclusivo con un migliore amico figo ma comunque bisessuale. E non si va oltre, si è sempre lì, bloccati.
E poi ci sono i drink, uno, due, mille, e conseguenti mal di testa, vomitate e ricordi sconnessi.
Abbiamo ventun’anni e nessuna di noi ha ancora trovato un punto fermo, forse stiamo solo recuperando l’adolescenza non utilizzata, ma non staremo andando oltre?

Bon voyage – Agosto infame

Baci su una guancia rubati in mezzo ad una via del centro. Saluti con la mano che non avrei voluto significassero “Buon viaggio”. Eppure, era questo che volevano dire. Le mie mani che sventolano in preda al panico, sperando che l’energumeno accanto a lui, quello che definisce “il suo ragazzo” (ma “il suo catamarano” suona meglio), non lo vedesse. Le sue mani che si muovono a malapena accompagnate da un sorriso triste e dalla mia stessa speranza, immagino.
E poi nulla.
E’ che V è come Milano. Non la sopporto quando la devo vedere, la evito in ogni modo. Però quando ci sto lontana, mi manca e sembrerebbe l’unica città in cui vorrei stare. Caotica ma viva.

Ho appena paragonato una città al mio migliore amico. What the fuck? 

E’ che agosto mi ha sempre fatto questo effetto.