Starlight 2.0

“Non riesco a capire se ho caldo o se ho freddo”, mi dice Dario arrivando in ufficio oggi. “A sentire la radio ci sono otto o nove gradi, ed essendoci il sole ci credo. Però ho un gran freddo, sarà la vecchiaia. Cosa dici?”.
Non so se c’entra la vecchiaia ma a ventitré anni il freddo lo sento anche io. “Più che altro è un freddo pungente”, gli rispondo.
Effettivamente c’è un sole bellissimo, dalle vetrate della palestra si stagliano su un cielo limpidissimo le cime innevate delle Alpi lecchesi, non bianche, ma colorate del giallo pallido del sole invernale. Meravigliose, non c’è che dire.
La serata passa lentamente tra le solite scartoffie da sbrigare e un po’ di studio; tema: illuminismo, quel rincoglionito di Luigi XVI e M.me Pompadour.
Quando finalmente esco dalla palestra, con una voragine al posto dello stomaco e la pancia che reclama la sua cena, mi accorgo di quanto effettivamente sia tutto molto limpido. Tantissime stelle si appoggiano sull’aria gelida, non può non tornarmi alla mente l’ultima volta che avevo visto una stellata del genere e la canzone che mi ero scelta, giorni dopo, per accompagnare quei ricordi. “Starlight, I would be chasing a starlight until the end of my life”.

Era piena estate e anche stasera, quando ormai sono già in macchina, guardando fuori, mi rendo conto di quanto la sensazione sia la stessa che mi pervade un po’ ogni estate. Quella leggera ansia che non so bene da dove viene ma che è come un brivido per la schiena, positivo e negativo insieme.

Il ritorno all’università, capitolo primo!

Ho passato la maggior parte delle giornate estive a studiare un fottuto libro di storia moderna. Le serate no, perché sarei stata scema. Però non sono andata a prendere il sole o in giro a cazzeggiare, ho fatto cinque giorni al mare per grazia divina, ho solo lavorato e poi studiato, studiato e lavorato. 
Ieri ho avuto una crisi di ansia e non mi era mai successo per un esame. Cioè, non ci ho mai perso tanto tempo dietro allo studio, sono un tipo intuitivo e me la cavo sempre. Ma qui c’era in gioco tutta la mia estate, la mia -presunta- borsa di studio, la possibilità di potermi laureare a settembre dell’anno prossimo perché passare questo esame significava non averne indietro nemmeno uno.

Ed ecco, il giorno dell’esame ho la febbre. Il vomito. Il mal di gola. BELLO.
Scendo in università comunque, alla fine mi ero preparata apposta. Faccio quello che devo fare.
Mangio qualcosa con una compagna, torno, vedo G, quella mia splendida amica, mi tranquillizzo.

Arrivo a casa, dormo un po’, accendo il pc, per puntiglio vado a vedere se magari i risultati sono già usciti.
E’ così. Scorro i nomi, arrivo fino al mio, mi blocco. 
Ho appena passato l’esame più difficile del corso di laurea. 
Sono la persona più felice del mondo. 

Happy Endings

On air, i Kasabian, nonostante all’inizio odiassi questa canzone, oggi ha un testo molto, molto significativo.
Goodbye kiss

Certe persone si incontrano, o forse si scontrano, per darsi qualcosa che ha già una scadenza. Del tempo, dell’affetto, delle dritte.
Io ho incontrato qualcuno da consumarsi preferibilmente entro fine agosto 2013, l’ho assaggiato, mi è piaciuto, ci siamo scambiati – o meglio, io ho donato a fondo perduto – molto, ma non abbastanza per vincere l’avversa logica del contratto a scadenza.
Triste? No, liberatorio.