Starlight 2.0

“Non riesco a capire se ho caldo o se ho freddo”, mi dice Dario arrivando in ufficio oggi. “A sentire la radio ci sono otto o nove gradi, ed essendoci il sole ci credo. Però ho un gran freddo, sarà la vecchiaia. Cosa dici?”.
Non so se c’entra la vecchiaia ma a ventitré anni il freddo lo sento anche io. “Più che altro è un freddo pungente”, gli rispondo.
Effettivamente c’è un sole bellissimo, dalle vetrate della palestra si stagliano su un cielo limpidissimo le cime innevate delle Alpi lecchesi, non bianche, ma colorate del giallo pallido del sole invernale. Meravigliose, non c’è che dire.
La serata passa lentamente tra le solite scartoffie da sbrigare e un po’ di studio; tema: illuminismo, quel rincoglionito di Luigi XVI e M.me Pompadour.
Quando finalmente esco dalla palestra, con una voragine al posto dello stomaco e la pancia che reclama la sua cena, mi accorgo di quanto effettivamente sia tutto molto limpido. Tantissime stelle si appoggiano sull’aria gelida, non può non tornarmi alla mente l’ultima volta che avevo visto una stellata del genere e la canzone che mi ero scelta, giorni dopo, per accompagnare quei ricordi. “Starlight, I would be chasing a starlight until the end of my life”.

Era piena estate e anche stasera, quando ormai sono già in macchina, guardando fuori, mi rendo conto di quanto la sensazione sia la stessa che mi pervade un po’ ogni estate. Quella leggera ansia che non so bene da dove viene ma che è come un brivido per la schiena, positivo e negativo insieme.

Mondi che crollano

Sono una vecchia ventiduenne.La gioventù è per me cosa passata, non ho bisogno di fare nuove esperienze o di provare le ultime innovazioni, in nessun senso.
È che avrei bisogno di una nuova cura, ora.
Sto male. Sto male che non stavo così male dai tempi in cui V mi faceva patire le pene dell’inferno. Sto tanto male da non trovare rimedio. E la cosa che mi fa più incazzare è che sto così, un’altra volta, per un maschio.
Poche persone nella mia vita mi sono interessate veramente, e con ‘veramente’ intendo in modo incontrollabile. Io, che sono una maniaca del mantenere gli equilibri, del tenere sott’occhio tutto quello che mi succede, con la pretesa di poter gestire anche le emozioni. E ci riesco, eh, ci riesco anche bene fino a quando non subentra questo stato d’animo.
Beh, insomma, dicevo che poche persone mi sono interessate nella mia vita, in questo senso, e con nessuna di esse ho mai concluso nulla. Il perché non me lo spiego. Non me lo spiego ora e non me lo sono spiegata quella sera, quando avevo la possibilità di agire. Capire. Buttarmi?
Non prendiamoci in giro, tanto non l’avrei mai fatto.

Come una vecchia adolescente pusillanime e imbarazzata non ho il coraggio di espormi, e mi lamento con un “Perché non mi nota?”.
Ventidue anni signore e signori. E non so ancora relazionarmi con un uomo.
Nonostante la mia proverbiale diffidenza verso il genere maschile, il mio conclamato disinteresse verso possibili storie romantiche, la mia pluri-dichiarata ricerca dell’indipendenza personale e della tranquilla solitudine, prima che della compagnia di un uomo… Sono qui, in camera mia, che non riesco a prepararmi per questo fottuto esame perché ho le lacrime agli occhi. Ciò che non ottengo e che non riesco a far capire di volere mi obnubila la mente e non ho armi contro questo.
Parlo con Eri e con la Sissi di questa storia, le uniche che ora sono in grado di capire. Non riesco a dirlo nemmeno ad A e G, mi sento così fragile. Mi vergogno così tanto di provare questo.
Mi vergogno anche di fronte a questo foglio di Word.
Al mio iPod. Devo mettere una playlist che mi aiuti a superare questo momento. Parto con i Ministri cercando la giusta dose di incazzatura e disillusione.
Ma poi prevalgono come sempre i miei Muse. E non vorrei rovinare la musica del mio gruppo preferito riempiendola di significati che riguardano questa situazione, che riguardano quel “lui”. Sono significati che non se ne andranno. Lo so perché ho già rovinato Undisclosed Desires per colpa di V, e ogni volta che parte il pensiero, anche se ora senza dolore, si rivolge a lui.

C’è una canzone dei Muse che condivido con pochi. È la mia preferita, una di quelle che non hanno mai fatto live. Il perché non lo so, ma credo che anche Matt  sia così emotivamente coinvolto (come me, insomma) in questo testo e in questa melodia da non potersi permettere di mostrarla al mondo.
Non la mostrerò nemmeno io, nemmeno ora, nemmeno qui. Ieri mi è capitata shuffle, in mezzo a 1851 canzoni che potevano capitarmi, e le associazioni indebite sono partite. Così come le lacrime, quelle lacrime che non versavo da mesi.

The underneath’s no big surprise

Ciao, sono Jude e sono una persona che non sa cosa vuole.

Cioè l’ho scritto come se fosse una grande rivelazione. La vera rivelazione è che l’ho sempre saputo, almeno questo.
Quindi insomma, non sono mai una grossa sorpresa per me stessa, nemmeno quando sto ad analizzarmi pensando di aver scoperto l’acqua calda.
L’unica cosa che ho scoperto è che sono ancora una ragazzina molto piccola, con una paura assurda verso ogni tipo di sentimento diverso da ciò che vado progettando, e con il terrore di andare a finire dove nulla sarà più recuperabile.

Però magari per gli altri sono una sorpresa, alla fine, se mi si conosce meglio.
Chi si prende la briga di farlo?

Serenità

La zozza se ho latitato su questo blog.
‘a rieccome! 

Ciao bloggino.
Ciao.
Mi sei mancato.
No. Non è vero.

Diciamo che non ho avuto il tempo di sentire la tua mancanza, è stato un periodo pieno in tutti i sensi.
In primis ho finito gli esami, ergo sono ufficialmente una laureanda in procinto di scrivere una ssssshtupenda tesi. Quindi insomma, mi sono impegnata. Ho addirittura studiato. Ho concluso con un 29 e una media di tutto rispetto.
La dedico ai prof delle superiori che incontro in giro e che quando gli dico che sto per laurearmi, mi fanno le facce tipo: “Osti da te non me l’aspettavo”. 

Poi, ho realizzato un altro dei miei sogni più grandi, ho visto la mia band preferita dal vivo, i Muse, ormai tre venerdì fa.
E’ stata una settimana inconcepibile, quella che ha preceduto il live, di ansia, emozione, insonnia. Non esagero, chi mi conosce sa quanto conti per me l’assistere a dei concerti e soprattutto quanto conti per me la musica dei Muse.
Ancora oggi ho il batticuore se ripenso all’abbraccio scoordinatissimo che ci siamo date io e la Sissi alla comparsa di Matthew sul palco, ma soprattutto ho l’ansia se penso al fatto che Ale l’ha ripreso e ha ripreso tutto l’isterismo di quei cinque minuti ed è pronto a pubblicarlo. 

Poi, ho trovato un lavoretto e ne sto cercando altri mentre scelgo la specialistica, e ho ovviamente dovuto per questo tagliare un po’ dello spazio che dedicavo alle amicizie.
Ho scelto di dare delle precedenze, e sono il lavoro e l’università, non per questo disdegno di sentire nessuno, anzi, però c’è chi ha capito questa mia esigenza, mi viene incontro, vedo regolarmente. Sono persone con cui nel giro di un mese ho stabilizzato i rapporti, li ho intensificati e consolidati.
E poi ci sono persone che non sono state in grado, come è accaduto anche in passato, di capire, e non fanno nulla se non farmi pesare il fatto che non ci possa essere fisicamente. Ma non per questo cambiano i loro programmi.
Ultimi e anche meno importanti, coloro che non hanno problemi riguardo alla mia poca presenza perchè tanto erano spariti già da prima. E’ un discorso che non vorrei affrontare perchè avevo investito molto, a livello affettivo, su un rapporto in particolare che per maleducazione, mancanza di rispetto, stronzaggine del soggetto è finito nel dimenticatoio, purtroppo. 

Beh, credo sia tutto. Un bel periodo.
Ah, ho addosso, dopo anni, una serenità invidiabile e credo che la cosa esca un po’ dal modo in cui ho scritto. 
Sono fiera di me come non lo sono mai stata. E sono veramente, veramente serena.

A V. (e anche a Jude)

Ci ho messo un bel po’ di tempo a cercare di capire come il mio cuore e le mie difese dovessero comportarsi di fronte a questo messaggio.
Andrò per gradi: domenica sono dovuta andare per un laboratorio della facoltà al Campo Teatrale di via Casoretto a Milano. Era la seconda tranche di un percorso iniziato venerdì, con una counselor veramente capace ed empatica ed esercizi mirati al mettere in profonda connessione il lato emotivo con l’esperienza corporea pura e semplice. Il vero con il vero, insomma.
Già venerdì ero rimasta basita da quanto le mie rigidità corporee (come solo la risata facile durante i momenti di silenzio totale e quelli in cui, per un motivo o per un altro, dovevo sostenere a lungo lo sguardo con un’altra persona) fossero effettivamente e semplicemente un modo per sottrarmi ad altro, ad una paura più profonda. Quella di farmi scoprire, sotto la scorza di simpaticona, amicona, tutto ‘ona’, una debole. O meglio, stanca.
Ci è stato proposto un esercizio: con una ragazza praticamente sconosciuta, abbiamo dovuto fissarci negli occhi abbastanza a lungo da lontano. Superato questo primo momento, il passo successivo era quello che lei si avvicinasse a me tanto quanto lo riteneva opportuno. Lei ovviamente si è sentita libera di venire molto vicina a me, quasi ad un palmo dal mio naso, e a me la cosa non ha dato per niente fastidio, tutt’altro, mi ha quasi fatto piacere perché se si era sentita così libera di avvicinarsi e di entrare nel mio spazio vitale, significa che qualche vibrazione positiva gliel’avevo trasmessa. Il dramma è stato dopo, quando ci siamo scambiate i ruoli ed ero io a dovermi avvicinare a lei, che a differenza di me non era per nulla estroversa, al contrario, era abbastanza timida, seria, insicura. Mi sono fermata a un bel po’ di passi da lei, e quando mi è stato chiesto per quale motivo, ho risposto: “Perché avevo addosso anche la responsabilità di non ferirla”. Io ero pronta a tutto, non mi interessava lasciarla entrare nel mio raggio vitale. Ma lei? Qual era il limite oltre al quale non dovevo andare per non farle del male? E questa cosa, lo stare lontana, faceva bene ad entrambe, o solo a lei? Responsabilità. Tieni a mente questa parola perché ci tornerò presto.
Bene, finita la prima giornata sono tornata a casa, stanchissima, che ormai erano le ventuno. Ho mangiato velocemente e sono andata a dormire con la sveglia puntata per realizzare per la seconda volta uno dei miei sogni. Alle dieci di sabato avevo già acquistato i biglietti per la tappa di Bruce Springsteen a San Siro, di nuovo. A giugno vedrò tre concerti giganti: Bruce, Muse e Bon Jovi, e ora come ora è l’unico pensiero che mi spinge a fare in modo di riempire i sette mesi che mancano a questi eventi. Nel pomeriggio sono andata a recuperare le mie compagne di università di Como, Milano e Varese che, per la prima volta, venivano a Lecco per conoscere i miei e fermarsi a dormire da me. La cena è andata bene, benissimo, perché loro sono davvero ragazze in gamba e i miei sono rimasti veramente colpiti, in positivo, poi siamo uscite a bere qualcosa e la serata è passata in modo più che magnifico. Come non succedeva da un po’, oserei dire.
Domenica mattina mega ritardo, in fretta e furia siamo andate a prendere il treno per raggiungere la seconda e ultima parte di questo viaggio, la più intensa, triste e bella. Ritardo per ritardo, ci siamo fermate e fare colazione in un bar e qui mi sono concessa di entrare un secondo su Facebook, cosa che non facevo da praticamente due giorni. E ho trovato la tua mail. Sono totalmente sincera. La mia prima reazione è stata quella di chiudere il telefono e fare finta di non aver visto nulla, poi la curiosità mi ha schiacciata e ho dovuto leggere tutto. Il mio pensiero al momento è stato “No. Non ce la faccio”. Ho chiuso veramente tutto e con le lacrime agli occhi sono uscita dal bar (piccolo appunto, non piango da almeno due mesi), con una mano della mia amica di Milano sulla spalla e una voce nelle orecchie che mi diceva di stare tranquilla. Non ho pianto, alla fine, mi sono imposta che se ho scelto di non piangere più, non lo devo fare assolutamente. Però il dubbio si è insinuato in me. La responsabilità, di nuovo. Se fosse che quello che stava per fare del bene a me, sia tanto doloroso per qualcun altro? Me ne devo preoccupare o sbattermene, come non ho mai fatto? Non avevo tempo di fermarmi a pensarci, il laboratorio stava per iniziare e la giornata è andata bene fino, quasi, al momento finale.
Siamo state messe brutalmente davanti ad uno specchio. Tu lo sai quanto io odi gli specchi, ultimamente? “Guardati negli occhi”, e vedevo qualcuno che non ero io. “Sorridi”, e vedevo quella che vorrei vedere sempre. “Fai un’espressione delusa, arrabbiata”, ed eccomi lì, nuda e cruda, con l’espressione più naturale che potessi avere. Mi è nato un tarlo: e allora, l’Io di adesso, è quella lì con gli occhi all’ingiù, severa, chiusa, che è venuta fuori così, con uno schiocco di dita? E sì, è così. Sono arrabbiata, incazzata nera; non trovavo il modo di ammetterlo a me stessa ma lo sono. E qui avevi ragione tu, era questione di rabbia ed è stato totalmente chiaro poco dopo. Abbiamo toccato, appunto il tema della rabbia e effettivamente Alessandra, la counselor, mi ha fatto notare che la rabbia che accumuliamo e a cui il nostro corpo vorrebbe dare una risposta immediata (strozzare, spingere, colpire, lanciare) non è mai espressa perché, ovviamente, non posso mettermi a menare qualcuno solo perché lo vorrei. Il punto è che questo ci inibisce e causa dentro di noi la crescita di una specie di forziere della rabbia inespressa, al quale basta un piccolo, piccolissimo input per esplodere. Dobbiamo trovare un modo per liberare il nostro potenziale di collera e ci è stato suggerito di prendere i mobili a cuscinate con movimenti decisi, ti assicuro che funziona. Poi Alessandra ci ha chiesto di visualizzare, per solo un attimo, ciò che in quel momento ci stava provocando rabbia, e come se lo avessimo di fianco, di prenderlo a gomitate. Ho visto le altre ragazze del gruppo scoppiare a piangere, urlare, non puoi immaginare la tensione emotiva che c’era in quel momento. Io ho guardato un po’, commossa, tanto, ho chiuso gli occhi e l’unica cosa che ho visto era il mio cellulare e il messaggio di posta con il tuo nome sopra. Le gomitate sono arrivate senza nemmeno pensarci su.
Non ho pianto, non potevo farlo perché, di nuovo, il mio senso di responsabilità mi diceva che dovevo dimostrarmi forte di fronte a tutto quel dolore, o avrei complicato la situazione. Però avrei voluto farlo tanto, ma tanto.
Finito tutto sono tornata arricchita, certo, ma malinconica, e ho iniziato a scrivere questa mail.
Avevi ragione, appunto, ciò che provavo nei tuoi confronti e nei confronti del nostro rapporto, ora, era semplicemente rabbia da sbollire. Ma non per un episodio o due a cui non avevo dato credito. Erano tutti i silenzi, le sparizioni, le beffe, le incomprensioni per le quali non avevo mai avuto modo di sfogarmi decentemente, se non con qualche mini-litigata in cui andava sempre a finire che tornava tutto esattamente come prima.
Ti sei chiesto se un po’ mi manchi e per me sarebbe inutile negarlo. Ma mi manchi come mi mancavi tre volte l’anno, quando sparivi per rincorrere tutte le tue chimere e io stavo qui e la metà dei miei pensieri volava a te, mi chiedevo cosa stessi facendo, se stessi bene, se ti avessi fatto qualcosa per fartene andare di nuovo. Andava a finire che ti scrivevo, demolendo la mia dignità e il mio orgoglio, e se ottenevo risposta mi andava bene, altrimenti incassa e porta a casa. Ogni volta che poi, per un motivo o per l’altro, tornavi, pensavo (speravo) che fosse l’ultima volta e che non te ne saresti più andato, accantonavo la delusione e andavo avanti. E poi, invece, di nuovo, mi ritrovavo sola.
Per me non funziona così. Io l’amicizia la intendo diversamente, molto diversamente ma perché è nella mia natura capirla così: un rapporto costante e biunivoco, dal quale me ne vado solo quando mi sento costretta o tradita e nel quale lo scambio di interesse è reciproco.
Non la intendiamo allo stesso modo, e per questo non posso fare nulla perché siamo esseri unici e diversi, non posso pretendere che la tua visione coincida con la mia sia per principio che per utilità. Potevo solo esigere che ti adeguassi un minimo, ma non l’hai mai intuito, dovevo farlo io, per forza. Per due.
Ora, V, di rabbia ne provo poca, ho stemperato a modo mio, come faccio ogni volta, suonando un po’. Lo sapevi che è questo che faccio quando ero un po’ giù?
Veicolare i sentimenti negativi in qualcosa di bello, in note armoniose è una delle medicine migliori.
Quello che provo in questo momento non riesco ad identificarlo: delusione, passività.
Ho capito che per quanto mi riguarda mi sono addossata troppe responsabilità in questi anni, per mia scelta, certo, non lo nego, ma l’ho comunque fatto e mi sono ammalata di ritardo non mentale, ma emotivo. È che do alle persone, anzi, ti ho dato, più importanza di quanta tu ne abbia data a me. Ti ho sempre messo un gradino sopra tutto, un gradino sopra la morte di mio zio, un gradino sopra gli altri miei amici, anche un gradino sopra gli altri ragazzi, forse. Un gradino sopra di me.
Mentre io, per te, ero uno o due gradini sotto qualunque altra novità entrasse nella tua vita.
Non è colpa tua, è che siamo diversi.
Quindi in sostanza, sì, mi manchi e anche molto, ma so che tra due mesi tu sarai a svolazzare per qualche prato della vita, mentre io sarò di nuovo qui, in camera, a chiedermi dove sei. Voglio evitarmi questa agonia, V. Non me lo merito.
Il succo di questo sproloquio è che ho letto dentro di me e ora so cosa voglio: stare bene, per davvero. Se questo implica non vederti per un po’, un bel po’, posso solo accettarlo e andare avanti. Senza di te.