And hey there, Mrs. lovely moon, you’re lonely and you’re blue

Un viaggio che è valso la pena affrontare.
Mica lontano, a Milano Affori. Però lungo, intenso. Dentro.

Soprattutto il ritorno in treno, quel treno Porta Garibaldi – Lecco che non prendevo da mesi, anzi, dal giorno di quell’ultimo appuntamento dopo il quale sono rimasta col cuore leggero e tanto bene ancora da dare.
C’è voluto il sole, il mio treno dei ricordi, i tre anni che ho passato a guardare fuori dal finestrino verso casa sua, piuttosto che verso qualche magico tramonto sul lago, a farmi capire che devo andare avanti.
Non riuscivo a farcela perchè la cosa ancora non l’avevo affrontata.
Ora è il momento, perchè sono viva, perchè voglio farmi male se questo significa provare di nuovo qualcosa. Sbattercela sta cazzo di testa contro il muro di mattoni, ricordarmi com’era.
Per sentire.

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Oh oh!

Tornare a Lecco per la prima volta dopo settimane è stato un colpo. Se contiamo che l’ultima città che ho visto è stata Londra, poi, ahahaha. Va beh.

Sono partita di casa con l’ansia. Non ce l’ho mai, tranne che quando sento che potrebbe veramente succedermi qualcosa.
Ho parcheggiato al Bennet e ho aspettato la Sissi, il peggio mi sembra passato, non è capitato nulla di brutto. Non ho incontrato nessuno di strano.
Facciamoci una cioccolata al Marchioni, va! Ma no, essendo la cioccolata più buona della Lombardia giustamente il bar è sold out (perchè ho usato questo termine? Euforia pre-concerto ESCI DAL MIO CORPO!).
Ci tocca andare in centro per una cioccolata con la panna decente. Dobbiamo. Tappa obbligata (obbligatoria) del percorso: passare dal bar dove lavora V. Mi faccio forza, pancia in dentro petto in fuori, sorriso sulle labbra e non guardo attraverso le vetrine. La Sissi mi dice che non è dentro. Ottimo, ottimo.
Dai Sissi, andiamo in quel bar tanto carino, dove faccio l’aperitivo tipo sempre.
Imbocco il vialetto d’ingresso. Ma tu guarda! Chi ci lavora ora! V! In carne, ossa, barba e beltà.
Ora smetto di scrivere come una pazza.

La verità.
Mi sono sentita cadere la terra sotto i piedi.
Era così bello. E io così felice di vederlo.
Proprio per questo ho perso in un istante calma, lavoro e tempo.
Ovviamente non sono entrata in quel bar, ma mi sono seduta lì vicino, in un punto che era al riparo dagli sguardi ma perfetto per vederlo, guardarlo, cogliere un po’ di lui. Quel poco che posso ora.
L’ho trovato bene, per quel poco che riesco a captare dai nostri amici in comune è felice. Ha trovato la persona giusta, pare, e io non potrei essere più contenta.

Ma a chi la do a bere? Di contento non ho nulla.
Potevo esserci io, potevo essere io quella persona giusta e non avrebbe nemmeno dovuto fare la fatica di cercarla perchè ad uno schiocco di dita io sarei stata pronta.
Ho aspettato immobile per tanto tempo.
E cosa ho ricavato?
Che non posso più nemmeno farmi l’aperitivo nel mio bar preferito. 😦

A V. (e anche a Jude)

Ci ho messo un bel po’ di tempo a cercare di capire come il mio cuore e le mie difese dovessero comportarsi di fronte a questo messaggio.
Andrò per gradi: domenica sono dovuta andare per un laboratorio della facoltà al Campo Teatrale di via Casoretto a Milano. Era la seconda tranche di un percorso iniziato venerdì, con una counselor veramente capace ed empatica ed esercizi mirati al mettere in profonda connessione il lato emotivo con l’esperienza corporea pura e semplice. Il vero con il vero, insomma.
Già venerdì ero rimasta basita da quanto le mie rigidità corporee (come solo la risata facile durante i momenti di silenzio totale e quelli in cui, per un motivo o per un altro, dovevo sostenere a lungo lo sguardo con un’altra persona) fossero effettivamente e semplicemente un modo per sottrarmi ad altro, ad una paura più profonda. Quella di farmi scoprire, sotto la scorza di simpaticona, amicona, tutto ‘ona’, una debole. O meglio, stanca.
Ci è stato proposto un esercizio: con una ragazza praticamente sconosciuta, abbiamo dovuto fissarci negli occhi abbastanza a lungo da lontano. Superato questo primo momento, il passo successivo era quello che lei si avvicinasse a me tanto quanto lo riteneva opportuno. Lei ovviamente si è sentita libera di venire molto vicina a me, quasi ad un palmo dal mio naso, e a me la cosa non ha dato per niente fastidio, tutt’altro, mi ha quasi fatto piacere perché se si era sentita così libera di avvicinarsi e di entrare nel mio spazio vitale, significa che qualche vibrazione positiva gliel’avevo trasmessa. Il dramma è stato dopo, quando ci siamo scambiate i ruoli ed ero io a dovermi avvicinare a lei, che a differenza di me non era per nulla estroversa, al contrario, era abbastanza timida, seria, insicura. Mi sono fermata a un bel po’ di passi da lei, e quando mi è stato chiesto per quale motivo, ho risposto: “Perché avevo addosso anche la responsabilità di non ferirla”. Io ero pronta a tutto, non mi interessava lasciarla entrare nel mio raggio vitale. Ma lei? Qual era il limite oltre al quale non dovevo andare per non farle del male? E questa cosa, lo stare lontana, faceva bene ad entrambe, o solo a lei? Responsabilità. Tieni a mente questa parola perché ci tornerò presto.
Bene, finita la prima giornata sono tornata a casa, stanchissima, che ormai erano le ventuno. Ho mangiato velocemente e sono andata a dormire con la sveglia puntata per realizzare per la seconda volta uno dei miei sogni. Alle dieci di sabato avevo già acquistato i biglietti per la tappa di Bruce Springsteen a San Siro, di nuovo. A giugno vedrò tre concerti giganti: Bruce, Muse e Bon Jovi, e ora come ora è l’unico pensiero che mi spinge a fare in modo di riempire i sette mesi che mancano a questi eventi. Nel pomeriggio sono andata a recuperare le mie compagne di università di Como, Milano e Varese che, per la prima volta, venivano a Lecco per conoscere i miei e fermarsi a dormire da me. La cena è andata bene, benissimo, perché loro sono davvero ragazze in gamba e i miei sono rimasti veramente colpiti, in positivo, poi siamo uscite a bere qualcosa e la serata è passata in modo più che magnifico. Come non succedeva da un po’, oserei dire.
Domenica mattina mega ritardo, in fretta e furia siamo andate a prendere il treno per raggiungere la seconda e ultima parte di questo viaggio, la più intensa, triste e bella. Ritardo per ritardo, ci siamo fermate e fare colazione in un bar e qui mi sono concessa di entrare un secondo su Facebook, cosa che non facevo da praticamente due giorni. E ho trovato la tua mail. Sono totalmente sincera. La mia prima reazione è stata quella di chiudere il telefono e fare finta di non aver visto nulla, poi la curiosità mi ha schiacciata e ho dovuto leggere tutto. Il mio pensiero al momento è stato “No. Non ce la faccio”. Ho chiuso veramente tutto e con le lacrime agli occhi sono uscita dal bar (piccolo appunto, non piango da almeno due mesi), con una mano della mia amica di Milano sulla spalla e una voce nelle orecchie che mi diceva di stare tranquilla. Non ho pianto, alla fine, mi sono imposta che se ho scelto di non piangere più, non lo devo fare assolutamente. Però il dubbio si è insinuato in me. La responsabilità, di nuovo. Se fosse che quello che stava per fare del bene a me, sia tanto doloroso per qualcun altro? Me ne devo preoccupare o sbattermene, come non ho mai fatto? Non avevo tempo di fermarmi a pensarci, il laboratorio stava per iniziare e la giornata è andata bene fino, quasi, al momento finale.
Siamo state messe brutalmente davanti ad uno specchio. Tu lo sai quanto io odi gli specchi, ultimamente? “Guardati negli occhi”, e vedevo qualcuno che non ero io. “Sorridi”, e vedevo quella che vorrei vedere sempre. “Fai un’espressione delusa, arrabbiata”, ed eccomi lì, nuda e cruda, con l’espressione più naturale che potessi avere. Mi è nato un tarlo: e allora, l’Io di adesso, è quella lì con gli occhi all’ingiù, severa, chiusa, che è venuta fuori così, con uno schiocco di dita? E sì, è così. Sono arrabbiata, incazzata nera; non trovavo il modo di ammetterlo a me stessa ma lo sono. E qui avevi ragione tu, era questione di rabbia ed è stato totalmente chiaro poco dopo. Abbiamo toccato, appunto il tema della rabbia e effettivamente Alessandra, la counselor, mi ha fatto notare che la rabbia che accumuliamo e a cui il nostro corpo vorrebbe dare una risposta immediata (strozzare, spingere, colpire, lanciare) non è mai espressa perché, ovviamente, non posso mettermi a menare qualcuno solo perché lo vorrei. Il punto è che questo ci inibisce e causa dentro di noi la crescita di una specie di forziere della rabbia inespressa, al quale basta un piccolo, piccolissimo input per esplodere. Dobbiamo trovare un modo per liberare il nostro potenziale di collera e ci è stato suggerito di prendere i mobili a cuscinate con movimenti decisi, ti assicuro che funziona. Poi Alessandra ci ha chiesto di visualizzare, per solo un attimo, ciò che in quel momento ci stava provocando rabbia, e come se lo avessimo di fianco, di prenderlo a gomitate. Ho visto le altre ragazze del gruppo scoppiare a piangere, urlare, non puoi immaginare la tensione emotiva che c’era in quel momento. Io ho guardato un po’, commossa, tanto, ho chiuso gli occhi e l’unica cosa che ho visto era il mio cellulare e il messaggio di posta con il tuo nome sopra. Le gomitate sono arrivate senza nemmeno pensarci su.
Non ho pianto, non potevo farlo perché, di nuovo, il mio senso di responsabilità mi diceva che dovevo dimostrarmi forte di fronte a tutto quel dolore, o avrei complicato la situazione. Però avrei voluto farlo tanto, ma tanto.
Finito tutto sono tornata arricchita, certo, ma malinconica, e ho iniziato a scrivere questa mail.
Avevi ragione, appunto, ciò che provavo nei tuoi confronti e nei confronti del nostro rapporto, ora, era semplicemente rabbia da sbollire. Ma non per un episodio o due a cui non avevo dato credito. Erano tutti i silenzi, le sparizioni, le beffe, le incomprensioni per le quali non avevo mai avuto modo di sfogarmi decentemente, se non con qualche mini-litigata in cui andava sempre a finire che tornava tutto esattamente come prima.
Ti sei chiesto se un po’ mi manchi e per me sarebbe inutile negarlo. Ma mi manchi come mi mancavi tre volte l’anno, quando sparivi per rincorrere tutte le tue chimere e io stavo qui e la metà dei miei pensieri volava a te, mi chiedevo cosa stessi facendo, se stessi bene, se ti avessi fatto qualcosa per fartene andare di nuovo. Andava a finire che ti scrivevo, demolendo la mia dignità e il mio orgoglio, e se ottenevo risposta mi andava bene, altrimenti incassa e porta a casa. Ogni volta che poi, per un motivo o per l’altro, tornavi, pensavo (speravo) che fosse l’ultima volta e che non te ne saresti più andato, accantonavo la delusione e andavo avanti. E poi, invece, di nuovo, mi ritrovavo sola.
Per me non funziona così. Io l’amicizia la intendo diversamente, molto diversamente ma perché è nella mia natura capirla così: un rapporto costante e biunivoco, dal quale me ne vado solo quando mi sento costretta o tradita e nel quale lo scambio di interesse è reciproco.
Non la intendiamo allo stesso modo, e per questo non posso fare nulla perché siamo esseri unici e diversi, non posso pretendere che la tua visione coincida con la mia sia per principio che per utilità. Potevo solo esigere che ti adeguassi un minimo, ma non l’hai mai intuito, dovevo farlo io, per forza. Per due.
Ora, V, di rabbia ne provo poca, ho stemperato a modo mio, come faccio ogni volta, suonando un po’. Lo sapevi che è questo che faccio quando ero un po’ giù?
Veicolare i sentimenti negativi in qualcosa di bello, in note armoniose è una delle medicine migliori.
Quello che provo in questo momento non riesco ad identificarlo: delusione, passività.
Ho capito che per quanto mi riguarda mi sono addossata troppe responsabilità in questi anni, per mia scelta, certo, non lo nego, ma l’ho comunque fatto e mi sono ammalata di ritardo non mentale, ma emotivo. È che do alle persone, anzi, ti ho dato, più importanza di quanta tu ne abbia data a me. Ti ho sempre messo un gradino sopra tutto, un gradino sopra la morte di mio zio, un gradino sopra gli altri miei amici, anche un gradino sopra gli altri ragazzi, forse. Un gradino sopra di me.
Mentre io, per te, ero uno o due gradini sotto qualunque altra novità entrasse nella tua vita.
Non è colpa tua, è che siamo diversi.
Quindi in sostanza, sì, mi manchi e anche molto, ma so che tra due mesi tu sarai a svolazzare per qualche prato della vita, mentre io sarò di nuovo qui, in camera, a chiedermi dove sei. Voglio evitarmi questa agonia, V. Non me lo merito.
Il succo di questo sproloquio è che ho letto dentro di me e ora so cosa voglio: stare bene, per davvero. Se questo implica non vederti per un po’, un bel po’, posso solo accettarlo e andare avanti. Senza di te.

Diventare stronza in poche, semplici mosse

Alla fine ieri, prima di andare a ballare, ero in centro e mi son detta che dai, non mi costava nulla fare un salto al lavoro e salutare V. 
Voglio dire, prima o poi dovevo affrontare e vedere se la reazione alla sua presenza fosse stata la stessa che tentavo di scacciare, o se effettivamente ce l’avevo fatta, se ero libera. Era una paura che dovevo affrontare. Me lo dovevo. 
Così, ka-boom! Eccomi lì dentro, nel Buco Buio come ho sempre chiamato il bar di Cicciommerda. Il Buco Buio ieri era un attimino più luminoso, meno sfarzoso però, oserei dire più simpatico. E simpatico era l’aggettivo che meno si adeguava al Buco Buio dal mio punto di vista. 
C’erano V e il suo amato Cicciommerda, visione che non ho mai sopportato per più di quanto, dieci secondi? 
E invece, stranamente, nessun effetto. Apparte una moderata simpatia per M, (smetterò di chiamarlo Cicciommerda da… ora!). Viene lì, mi fa gli auguri, mi abbraccia; e fino a pochissimi mesi fa mi voleva morta e io desideravo per lui lo stesso, o anche peggio. Odoriamo insieme delle piante e ci divertiamo a prendere per il culo V, uno dei miei passatempi preferiti.
Penso proprio che ora M non mi faccia più tanto schifo proprio perchè mi sono allontanata dalla visuale dell’amica innamorata, l’ho proprio dimenticata, credo. Ottimo, no? Cioè, non ho più la percezione dei rivali e non desidero più fare loro agguati. Magari, più semplicemente, non ho più motivi per odiarlo. 
In tutto questo, V mi abbraccia, forte forte come solo lui mannaggiamme sa fare. 
Non ci vedevamo da tre mesi. Voleva delle spiegazioni, aveva gli occhi opachi ed è una cosa che non ha mai avuto, al contrario, era la loro lucidità ad avermi fatto perdere la testa. Mi chiede che fine ho fatto, quali erano tutti quegli impegni che mi impedivano di vederci anche solo per qualche minuto. 
Non c’erano. 
Non ci sono mai stati.
L’unico impegno, il più grande che avevo, era quello di uscirne.
E ora che parlarne non mi fa più male, mi sento solo una stronza. Una stronza proprio, senza termini di mezzo, stronza e basta. Perchè non meritava questo, meritava una spiegazione. 
Proprio adesso che parlarne non fa più male, gliela devo. Gliela darò. 

Me ne sono andata a recuperare A in stazione dopo pochi lunghissimi minuti, felice per avere avuto, finalmente, la certezza della fine non troppo sofferta di questo invece soffertissimo travaglio, del MIO lieto fine, insomma; ma con un sentimento più forte dentro, quello della colpa, quello di aver visto il male provocato da me negli occhi della persona che ho amato di più al mondo.

Ciao, è stato bello rivederti, e presto ci vedremo da soli. Ti parlerò dei motivi per cui sono sparita, quelli veri. Notte“. 
Ora queste parole non fanno più paura. 

Coincidenze

Dai, una lacrimuccia piccina picciò prima o poi era prevista, no?
Insomma, non è mica tutto così facile, voglio dire, sto facendo tutto questo lavoro di accantonamento da sola, sto lottando contro me stessa e i miei demoni per concludere al meglio questa triennale vicenda in un modo tutto mio, e senza cedimenti consci. Poi è ovvio che quando uno va a sbronzarsi dopo tanto tempo, i numeri in rubrica che va a cercare per scrivere sms insensati sono sempre gli stessi (Un particolare ringraziamento ad F per avermi requisito il cellulare). Ed è ovvio che poi andando a far la baby sitter il giorno dopo con:
-i postumi dei chupiti;
-la strada che fai di solito che è chiusa e così devi deviare passando da casa di lui;
-il fatto che nello stesso momento in cui intravedi il cancelletto verde, parte sulla riproduzione casuale dell’mp3 quella che è stata per tanto tempo la nostra canzone
..insomma, quello che voglio dire è che un cedimento era prevedibile. E invece no, sono stata più forte e ho incassato il tutto.
Poi arrivo a casa (dopo aver affrontato il traffico selvaggio, le equivalenze e le divisioni del pischello che curo, la coda interminabile in posta, il tentativo di una nuova dieta fallito grazie al frigo pressochè vuoto, o meglio, pieno delle schifezze che dovrei evitare per perdere questi stramaledetti sei chili), apro Facebook e che ti trovo? Che lui, forse per caso o forse per magia, ha postato sulla tua bacheca proprio la vostra vecchia canzone. Stamattina, nel momento stesso in cui tu passavi di lì.
E qui la lacrima facile non regge. Tornano alla mente tutti i ricordi, la musica a palla in macchina, i pianti, le notti e le confessioni. Tutte, le confessioni. Anche le ultime, quelle che mi hanno fatto decidere che era il momento di dire basta.
Piango però senza disperazione, con dignità, non come facevo una volta. Lascio semplicemente che una lacrima mi bagni le guance e la asciugo immediatamente. Prima, quando piangevo, avevo bisogno di sentirlo, di non asciugarmi mai le lacrime e di lasciarle scorre fino al cuore, come se il sale potesse far rimarginare le ferite.
Sono cambiata tanto, mi dico. Decido di scrivere, senza nemmeno un singhiozzo.
Alla fine sono i ricordi quelli che mi hanno sempre fregata, sì.
Vorrei crearne di nuovi, da capo.

Bon voyage – Agosto infame

Baci su una guancia rubati in mezzo ad una via del centro. Saluti con la mano che non avrei voluto significassero “Buon viaggio”. Eppure, era questo che volevano dire. Le mie mani che sventolano in preda al panico, sperando che l’energumeno accanto a lui, quello che definisce “il suo ragazzo” (ma “il suo catamarano” suona meglio), non lo vedesse. Le sue mani che si muovono a malapena accompagnate da un sorriso triste e dalla mia stessa speranza, immagino.
E poi nulla.
E’ che V è come Milano. Non la sopporto quando la devo vedere, la evito in ogni modo. Però quando ci sto lontana, mi manca e sembrerebbe l’unica città in cui vorrei stare. Caotica ma viva.

Ho appena paragonato una città al mio migliore amico. What the fuck? 

E’ che agosto mi ha sempre fatto questo effetto. 

Adieu…

Lecco è una città piccola, molto piccola, forse non è nemmeno una città.
Fatto sta che tra ragazzi, di vista o poco più, ci si conosce quasi tutti.

E’ successo che un diciottenne che conoscevo, appunto, di vista, sia mancato l’altra notte per un incidente stradale.
Quando ho appreso la notizia (da Facebook, ovviamente con delicatezza -.-) mi sono messa a piangere come se lo conoscessi da sempre, come se fosse stato uno dei miei migliori amici. E invece ci avevo forse scambiato un ‘Ciao’ all’ingresso del locale dove lavorava, magari gli avevo dato anche del cretino perchè non mi avevo lasciato entrare con l’entrata omaggio. “Non si dà dei cretini ai morti”, mi ha detto l’altro giorno G. quando le ho fatto questo ragionamento.
Caspita, quanto ha ragione.
Però insomma, ieri a Lecco, in centro, i suoi amici hanno organizzato una fiaccolata in suo ricordo: erano più di trecento. Ed erano lì tutti a dargli ancora del cretino.
Credo sia stata una delle cose più belle  e tristi che abbia mai visto.

Solitamente sono piuttosto cinica, non mi lascio prendere dalle tragedie altrui, lascio vivere agli altri il proprio dolore perchè penso che sia loro diritto averlo non in esclusiva, ma almeno manifestarlo come vogliono. Stavolta, però, non sono riuscita a restare indifferente a tutte queste testimonianze.

Lecco oggi è ancora un po’ più piccola del solito, forse. Ma la nuova generazione che tanto criticavo ha dimostrato di poterla rendere molto più grande.