Oh oh!

Tornare a Lecco per la prima volta dopo settimane è stato un colpo. Se contiamo che l’ultima città che ho visto è stata Londra, poi, ahahaha. Va beh.

Sono partita di casa con l’ansia. Non ce l’ho mai, tranne che quando sento che potrebbe veramente succedermi qualcosa.
Ho parcheggiato al Bennet e ho aspettato la Sissi, il peggio mi sembra passato, non è capitato nulla di brutto. Non ho incontrato nessuno di strano.
Facciamoci una cioccolata al Marchioni, va! Ma no, essendo la cioccolata più buona della Lombardia giustamente il bar è sold out (perchè ho usato questo termine? Euforia pre-concerto ESCI DAL MIO CORPO!).
Ci tocca andare in centro per una cioccolata con la panna decente. Dobbiamo. Tappa obbligata (obbligatoria) del percorso: passare dal bar dove lavora V. Mi faccio forza, pancia in dentro petto in fuori, sorriso sulle labbra e non guardo attraverso le vetrine. La Sissi mi dice che non è dentro. Ottimo, ottimo.
Dai Sissi, andiamo in quel bar tanto carino, dove faccio l’aperitivo tipo sempre.
Imbocco il vialetto d’ingresso. Ma tu guarda! Chi ci lavora ora! V! In carne, ossa, barba e beltà.
Ora smetto di scrivere come una pazza.

La verità.
Mi sono sentita cadere la terra sotto i piedi.
Era così bello. E io così felice di vederlo.
Proprio per questo ho perso in un istante calma, lavoro e tempo.
Ovviamente non sono entrata in quel bar, ma mi sono seduta lì vicino, in un punto che era al riparo dagli sguardi ma perfetto per vederlo, guardarlo, cogliere un po’ di lui. Quel poco che posso ora.
L’ho trovato bene, per quel poco che riesco a captare dai nostri amici in comune è felice. Ha trovato la persona giusta, pare, e io non potrei essere più contenta.

Ma a chi la do a bere? Di contento non ho nulla.
Potevo esserci io, potevo essere io quella persona giusta e non avrebbe nemmeno dovuto fare la fatica di cercarla perchè ad uno schiocco di dita io sarei stata pronta.
Ho aspettato immobile per tanto tempo.
E cosa ho ricavato?
Che non posso più nemmeno farmi l’aperitivo nel mio bar preferito. 😦

Resta.

A casa da sola, dopo aver preparato la valigia, nella mia vasca. Un bagno caldo e il silenzio, che non mi concedo mai di ascoltare. Il più totale, benedetto, silenzio.

Decido di non pensare che se penso sono perduta, mi massaggio dolcemente la testa con lo shampoo agli agrumi, rilassante già di per sè, e mi abbandono completamente all’acqua, nessun ricordo, nessuna emozione se non un piacevole tepore.
E sto bene, veramente.

Poi esco dalla vasca e in realtà è ancora tutto lì, l’amarezza, l’ansia, il dolore. Ci sarà di nuovo quando rimetterò piede in terra italiana nel 2013, ma non perchè è qui, in questi luoghi, in questa casa, ma perchè ha una prenotazione fissa nel mio cuore, alberga tranquillo in una suite presidenziale.
So che sta solo a me sfrattarlo.
Ma è tutto quello che mi resta, e voglio coccolarlo ancora per un po’ col servizio in camera e la pay tv.
Poi giuro che lo manderò via, lo prometto. 

A V. (e anche a Jude)

Ci ho messo un bel po’ di tempo a cercare di capire come il mio cuore e le mie difese dovessero comportarsi di fronte a questo messaggio.
Andrò per gradi: domenica sono dovuta andare per un laboratorio della facoltà al Campo Teatrale di via Casoretto a Milano. Era la seconda tranche di un percorso iniziato venerdì, con una counselor veramente capace ed empatica ed esercizi mirati al mettere in profonda connessione il lato emotivo con l’esperienza corporea pura e semplice. Il vero con il vero, insomma.
Già venerdì ero rimasta basita da quanto le mie rigidità corporee (come solo la risata facile durante i momenti di silenzio totale e quelli in cui, per un motivo o per un altro, dovevo sostenere a lungo lo sguardo con un’altra persona) fossero effettivamente e semplicemente un modo per sottrarmi ad altro, ad una paura più profonda. Quella di farmi scoprire, sotto la scorza di simpaticona, amicona, tutto ‘ona’, una debole. O meglio, stanca.
Ci è stato proposto un esercizio: con una ragazza praticamente sconosciuta, abbiamo dovuto fissarci negli occhi abbastanza a lungo da lontano. Superato questo primo momento, il passo successivo era quello che lei si avvicinasse a me tanto quanto lo riteneva opportuno. Lei ovviamente si è sentita libera di venire molto vicina a me, quasi ad un palmo dal mio naso, e a me la cosa non ha dato per niente fastidio, tutt’altro, mi ha quasi fatto piacere perché se si era sentita così libera di avvicinarsi e di entrare nel mio spazio vitale, significa che qualche vibrazione positiva gliel’avevo trasmessa. Il dramma è stato dopo, quando ci siamo scambiate i ruoli ed ero io a dovermi avvicinare a lei, che a differenza di me non era per nulla estroversa, al contrario, era abbastanza timida, seria, insicura. Mi sono fermata a un bel po’ di passi da lei, e quando mi è stato chiesto per quale motivo, ho risposto: “Perché avevo addosso anche la responsabilità di non ferirla”. Io ero pronta a tutto, non mi interessava lasciarla entrare nel mio raggio vitale. Ma lei? Qual era il limite oltre al quale non dovevo andare per non farle del male? E questa cosa, lo stare lontana, faceva bene ad entrambe, o solo a lei? Responsabilità. Tieni a mente questa parola perché ci tornerò presto.
Bene, finita la prima giornata sono tornata a casa, stanchissima, che ormai erano le ventuno. Ho mangiato velocemente e sono andata a dormire con la sveglia puntata per realizzare per la seconda volta uno dei miei sogni. Alle dieci di sabato avevo già acquistato i biglietti per la tappa di Bruce Springsteen a San Siro, di nuovo. A giugno vedrò tre concerti giganti: Bruce, Muse e Bon Jovi, e ora come ora è l’unico pensiero che mi spinge a fare in modo di riempire i sette mesi che mancano a questi eventi. Nel pomeriggio sono andata a recuperare le mie compagne di università di Como, Milano e Varese che, per la prima volta, venivano a Lecco per conoscere i miei e fermarsi a dormire da me. La cena è andata bene, benissimo, perché loro sono davvero ragazze in gamba e i miei sono rimasti veramente colpiti, in positivo, poi siamo uscite a bere qualcosa e la serata è passata in modo più che magnifico. Come non succedeva da un po’, oserei dire.
Domenica mattina mega ritardo, in fretta e furia siamo andate a prendere il treno per raggiungere la seconda e ultima parte di questo viaggio, la più intensa, triste e bella. Ritardo per ritardo, ci siamo fermate e fare colazione in un bar e qui mi sono concessa di entrare un secondo su Facebook, cosa che non facevo da praticamente due giorni. E ho trovato la tua mail. Sono totalmente sincera. La mia prima reazione è stata quella di chiudere il telefono e fare finta di non aver visto nulla, poi la curiosità mi ha schiacciata e ho dovuto leggere tutto. Il mio pensiero al momento è stato “No. Non ce la faccio”. Ho chiuso veramente tutto e con le lacrime agli occhi sono uscita dal bar (piccolo appunto, non piango da almeno due mesi), con una mano della mia amica di Milano sulla spalla e una voce nelle orecchie che mi diceva di stare tranquilla. Non ho pianto, alla fine, mi sono imposta che se ho scelto di non piangere più, non lo devo fare assolutamente. Però il dubbio si è insinuato in me. La responsabilità, di nuovo. Se fosse che quello che stava per fare del bene a me, sia tanto doloroso per qualcun altro? Me ne devo preoccupare o sbattermene, come non ho mai fatto? Non avevo tempo di fermarmi a pensarci, il laboratorio stava per iniziare e la giornata è andata bene fino, quasi, al momento finale.
Siamo state messe brutalmente davanti ad uno specchio. Tu lo sai quanto io odi gli specchi, ultimamente? “Guardati negli occhi”, e vedevo qualcuno che non ero io. “Sorridi”, e vedevo quella che vorrei vedere sempre. “Fai un’espressione delusa, arrabbiata”, ed eccomi lì, nuda e cruda, con l’espressione più naturale che potessi avere. Mi è nato un tarlo: e allora, l’Io di adesso, è quella lì con gli occhi all’ingiù, severa, chiusa, che è venuta fuori così, con uno schiocco di dita? E sì, è così. Sono arrabbiata, incazzata nera; non trovavo il modo di ammetterlo a me stessa ma lo sono. E qui avevi ragione tu, era questione di rabbia ed è stato totalmente chiaro poco dopo. Abbiamo toccato, appunto il tema della rabbia e effettivamente Alessandra, la counselor, mi ha fatto notare che la rabbia che accumuliamo e a cui il nostro corpo vorrebbe dare una risposta immediata (strozzare, spingere, colpire, lanciare) non è mai espressa perché, ovviamente, non posso mettermi a menare qualcuno solo perché lo vorrei. Il punto è che questo ci inibisce e causa dentro di noi la crescita di una specie di forziere della rabbia inespressa, al quale basta un piccolo, piccolissimo input per esplodere. Dobbiamo trovare un modo per liberare il nostro potenziale di collera e ci è stato suggerito di prendere i mobili a cuscinate con movimenti decisi, ti assicuro che funziona. Poi Alessandra ci ha chiesto di visualizzare, per solo un attimo, ciò che in quel momento ci stava provocando rabbia, e come se lo avessimo di fianco, di prenderlo a gomitate. Ho visto le altre ragazze del gruppo scoppiare a piangere, urlare, non puoi immaginare la tensione emotiva che c’era in quel momento. Io ho guardato un po’, commossa, tanto, ho chiuso gli occhi e l’unica cosa che ho visto era il mio cellulare e il messaggio di posta con il tuo nome sopra. Le gomitate sono arrivate senza nemmeno pensarci su.
Non ho pianto, non potevo farlo perché, di nuovo, il mio senso di responsabilità mi diceva che dovevo dimostrarmi forte di fronte a tutto quel dolore, o avrei complicato la situazione. Però avrei voluto farlo tanto, ma tanto.
Finito tutto sono tornata arricchita, certo, ma malinconica, e ho iniziato a scrivere questa mail.
Avevi ragione, appunto, ciò che provavo nei tuoi confronti e nei confronti del nostro rapporto, ora, era semplicemente rabbia da sbollire. Ma non per un episodio o due a cui non avevo dato credito. Erano tutti i silenzi, le sparizioni, le beffe, le incomprensioni per le quali non avevo mai avuto modo di sfogarmi decentemente, se non con qualche mini-litigata in cui andava sempre a finire che tornava tutto esattamente come prima.
Ti sei chiesto se un po’ mi manchi e per me sarebbe inutile negarlo. Ma mi manchi come mi mancavi tre volte l’anno, quando sparivi per rincorrere tutte le tue chimere e io stavo qui e la metà dei miei pensieri volava a te, mi chiedevo cosa stessi facendo, se stessi bene, se ti avessi fatto qualcosa per fartene andare di nuovo. Andava a finire che ti scrivevo, demolendo la mia dignità e il mio orgoglio, e se ottenevo risposta mi andava bene, altrimenti incassa e porta a casa. Ogni volta che poi, per un motivo o per l’altro, tornavi, pensavo (speravo) che fosse l’ultima volta e che non te ne saresti più andato, accantonavo la delusione e andavo avanti. E poi, invece, di nuovo, mi ritrovavo sola.
Per me non funziona così. Io l’amicizia la intendo diversamente, molto diversamente ma perché è nella mia natura capirla così: un rapporto costante e biunivoco, dal quale me ne vado solo quando mi sento costretta o tradita e nel quale lo scambio di interesse è reciproco.
Non la intendiamo allo stesso modo, e per questo non posso fare nulla perché siamo esseri unici e diversi, non posso pretendere che la tua visione coincida con la mia sia per principio che per utilità. Potevo solo esigere che ti adeguassi un minimo, ma non l’hai mai intuito, dovevo farlo io, per forza. Per due.
Ora, V, di rabbia ne provo poca, ho stemperato a modo mio, come faccio ogni volta, suonando un po’. Lo sapevi che è questo che faccio quando ero un po’ giù?
Veicolare i sentimenti negativi in qualcosa di bello, in note armoniose è una delle medicine migliori.
Quello che provo in questo momento non riesco ad identificarlo: delusione, passività.
Ho capito che per quanto mi riguarda mi sono addossata troppe responsabilità in questi anni, per mia scelta, certo, non lo nego, ma l’ho comunque fatto e mi sono ammalata di ritardo non mentale, ma emotivo. È che do alle persone, anzi, ti ho dato, più importanza di quanta tu ne abbia data a me. Ti ho sempre messo un gradino sopra tutto, un gradino sopra la morte di mio zio, un gradino sopra gli altri miei amici, anche un gradino sopra gli altri ragazzi, forse. Un gradino sopra di me.
Mentre io, per te, ero uno o due gradini sotto qualunque altra novità entrasse nella tua vita.
Non è colpa tua, è che siamo diversi.
Quindi in sostanza, sì, mi manchi e anche molto, ma so che tra due mesi tu sarai a svolazzare per qualche prato della vita, mentre io sarò di nuovo qui, in camera, a chiedermi dove sei. Voglio evitarmi questa agonia, V. Non me lo merito.
Il succo di questo sproloquio è che ho letto dentro di me e ora so cosa voglio: stare bene, per davvero. Se questo implica non vederti per un po’, un bel po’, posso solo accettarlo e andare avanti. Senza di te.

You’re missing

Yellow light – Of monsters and men.

E’ che mi manchi, V“.
Mi manchi anche tu, Jude“. 

Alla fine qualcuno doveva cedere. Dovevo essere per forza io. 
Bastano tre bicchieri di vino, ormai, e via, partenza!

Magari adesso studio per l’esame, dato che la mattinata è andata a fanculo pulendo tutti i vetri di questa casa enorme. Per colpa di questo esame ho pure dovuto disdire una festa di compleanno. FANCULO. Ai vetri e all’esame. 

Che oggi è pure il compleanno di Bruce. ❤ 

Am I sane?

Am I sane?

Tu sei là fuori, a divertirti.
E io ho bisogno di te.
Io sono sola con questa canzone che parla del sentirsi vuoti e della paura di sentire la tua mancanza; è difficile stare sola.
Ho camminato diciannove miglia su e giù per il corridoio. Il lungo corridoio.
Oh Dio, mi manca, ed è passata solo una notte.
Mi manca l’ultima volta che abbiamo litigato, non è triste?
Non diresti che è una cosa brutta?
Non mi importa, e se dovrò, leggerò i tuoi libri, perchè mi faranno venire in mente te.
E imparerò i tuoi appunti, in modo da avere un indizio.
E guarderò i tuoi film, così li conoscerò a memoria.
E farò tutte quelle cose che mi ricordano te.
E laverò i miei capelli col tuo shampoo, e acquisterò il tuo profumo e lo spruzzerò per tutta la mia stanza.
E fumerò le tue sigarette, così già che ci sono muoio.
E poi ti chiamerò. Fa-la-la-la
Sono sana?
Sono sana?
Sono sana?