The underneath’s no big surprise

Ciao, sono Jude e sono una persona che non sa cosa vuole.

Cioè l’ho scritto come se fosse una grande rivelazione. La vera rivelazione è che l’ho sempre saputo, almeno questo.
Quindi insomma, non sono mai una grossa sorpresa per me stessa, nemmeno quando sto ad analizzarmi pensando di aver scoperto l’acqua calda.
L’unica cosa che ho scoperto è che sono ancora una ragazzina molto piccola, con una paura assurda verso ogni tipo di sentimento diverso da ciò che vado progettando, e con il terrore di andare a finire dove nulla sarà più recuperabile.

Però magari per gli altri sono una sorpresa, alla fine, se mi si conosce meglio.
Chi si prende la briga di farlo?

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DSM IV

Ma che feci io di male nelle mie vite precedenti per finire ad essere sempre e perennemente coinvolta in vicende con casi umani nel vero senso del termine?
Non stavo così bene nel mio periodo di letargo ormono-sentimentale e di zitellismo precoce, in cui era tutto acidume, era tutto musica dal punto di vista tecnico, tutti erano per me fonte di indifferenza?
Furono giorni di gloria.
E come tutti i Glory Days cantati da zio Bruce, dovevano cocnludersi.

Quindi vieni a me insonnia, venite a me fantasie insensate su soggetto non ancora ben identificato (possibile sindrome di Asperger a giudicare da freddezza e incapacità comunicativa – orma classifico le mie cotte attraverso il DSM IV), vieni a me caos e porta con te la certezza che anche questa volta il mio cuore non mi condurrà da nessuna parte. Se non a farmi fottere.

Crepa.

Quando ero piccolina mi intrigavano le storie sui fantasmi, così, quando in cantina scovai un librone che si chiamava Viaggio nel mistero, me lo portai in casa e lo sfogliai per qualche giorno, interessata e spaventata allo stesso tempo. Il problema era la sera, quando magari dovevo andare in bagno, e per arrivarci dovevo attraversare il corridoio buio. La suggestione mi faceva provare la sensazione che dietro di me ci fosse qualcuno, un’ombra scura che mi aleggiava sulla schiena, l’ennesimo personaggio di qualche strampalata storia di spiriti che avevo trovato sul librone.

Crescendo ho perso questa paura, anche grazie alle conclusioni spirituali/religiose a cui sono giunta negli ultimi anni, che non vedono come possibile niente che non sia anche tangibile. Materialismo panteista, così mi piace definire questa visione. Ma è un’altra storia.

Ho perso la paura del buio e dei fantasmi, ma non quella sensazione di peso sulla schiena. Mi rincorre in certi frangenti della mia vita, quelli in cui devo scappare da qualcosa, o da una tentazione.

Nella fattispecie, da qualche giorno mi balza alla mente l’idea di scrivere a V, è un desiderio ardente quasi quanto quello di abbracciarlo forte.

Spengo la luce convinta che dormire mi possa aiutare a non pensarci, a resistere, e invece no, il pensiero mi attanaglia, il buio enfatizza solo quello che provo. La voglia pazza di rivederlo.

Non so cosa darei in questo momento per vincere il mio (sempre sia lodato) cervellino, per togliermi le difese, per staccarmi dall’orgoglio e mettermi al servizio dal mio cuore.

Ma purtroppo il mio cuore è ritardato, e questo la mia testa lo sa bene, quindi va preso e messo a nanna. Ci pensa il sistema nervoso a controllare quella sensazione di spintoni sulla schiena.
Spero resista ancora per un po’.

 

Boom. Dimenticate per sempre le parole qui sopra.

E maledetto sia il giorno in cui ho lasciato che V stringesse rapporti coi miei amici. O sia benedetto.

Non lo so.

Serata tranquilla di karaoke con delle amiche di lunga data, in un bar che sta proprio di fronte a quel semaforo al quale mi sono fermata un anno e mezzo fa per abbracciarlo per quanto mi era permesso dalle cinture di sicurezza ancora allacciate, affogando tra le lacrime disperate sue, e tra le mie silenziose, per accarezzargli la testa e per chiedergli di smettere di essere così triste che tanto c’ero lì io.

Il discorso cade casualmente su di lui: “Sono entrata ieri nel bar di Cicciommerda, mi ha detto che V non lavora più lì”, esordisce Deb, come se fosse uno scoop.

“Già so, a mie spese purtroppo. L’ho incontrato”, ribatto.

Salta su Chiara: “Ecco Jude, a proposito. Non so se ne vuoi sentire parlare o se ti interessa, ma nel caso devo dirti una cosa non tanto bella su di lui”.

Entro in ansia: gli sarà successo qualcosa? Sta male? Cos’ha? “No, dimmelo, non preoccuparti”.
“Forse è meglio che leggi tu stessa”.
Mi mette davanti un cellulare che non ho idea di come funzioni, cerco i tasti ma non ci sono perché è di quelli lì touch screen e io non ci sono abituata, sono affezionata da anni al mio telefonino del pleistocene e nulla ci può separare. Comunque, distinguo nettamente una conversazione Facebook, iniziata da lui, vari “Ciao”, alcuni “Come va”, qualche “Solita vita”. Un solo “Ma Jude tu la frequenti ancora”?

E poi il discorso era tutto tipo “No, perché noi abbiamo più o meno litigato, ma in realtà io so che lei ha preso il minimo episodio insignificante per darmi addosso e ne ha approfittato per chiudere perché non ce la faceva più a starmi vicina perché era innamorata di me. Mi manca ma non è più la persona che conoscevo, se la tira, si crede figa, sembra diventata una super girl, non trovava mai tempo per vedermi perché era sempre in giro con i suoi nuovi amici, insomma mi dispiace perché era una persona fondamentale nella mia vita ma non so se la accetterei di nuovo così com’è”.

Ah, lui, porello, non accetterebbe me. Io non troverei mai tempo per vederlo, quando per un anno ad ogni appuntamento mi ritrovavo sola o con un sms poche ore prima che mi diceva che no, anche quella volta non ci potevamo vedere. Io sarei quella che se la tira, talmente tanto da andare a Londra e rifarmi il guardaroba con 9 sterline da Primark, o da andare a ballare, per non spendere soldi, nel buco di discoteca che c’è a pochi chilometri da casa mia, e ogni santa volta lui non poteva venire con me perché era all’Hollywood o chissà dove ancora, ad una serata di gala per la nuova collezione di gioielli pacchiani del suo ragazzo/homo (sexual) neanderthalis. E poi i miei magici nuovi amici, che sono quelli con cui faccio le tendate e le notti a giocare a Monopoli. Questo è essere una super girl?

 

Non mi accetterebbe più per come sono ora. Grazie al cielo.

Ero una che scappava.

Ero una che piangeva appena era in camera, da sola.

Ero sempre in attesa che l’occasione cadesse dal cielo.

Ero tutte queste cose. Ma sottolineo “ero”.

Quello che sono ora è la cosa che più mi rende fiera.

Affronto la vita, di petto, anzi, di tette, in ogni frangente.

Non scappo più.

Non piango più.

Do il cento per cento in ogni singola cosa che faccio, lo sto facendo anche in questo momento, cercando di abbandonarlo.

Anche ora che la cosa che mi fa più rabbia è ammettere che su un punto, uno solo, ha ragione.

Ero innamorata di lui.

 

Ero.

 

 

(la morte non si augura a nessuno, anche se sarei tentata, ma a lui una bella malattia venerea starebbe bene. Orsù, maledizione wordpressiane, calate su di lui!)

Oh oh!

Tornare a Lecco per la prima volta dopo settimane è stato un colpo. Se contiamo che l’ultima città che ho visto è stata Londra, poi, ahahaha. Va beh.

Sono partita di casa con l’ansia. Non ce l’ho mai, tranne che quando sento che potrebbe veramente succedermi qualcosa.
Ho parcheggiato al Bennet e ho aspettato la Sissi, il peggio mi sembra passato, non è capitato nulla di brutto. Non ho incontrato nessuno di strano.
Facciamoci una cioccolata al Marchioni, va! Ma no, essendo la cioccolata più buona della Lombardia giustamente il bar è sold out (perchè ho usato questo termine? Euforia pre-concerto ESCI DAL MIO CORPO!).
Ci tocca andare in centro per una cioccolata con la panna decente. Dobbiamo. Tappa obbligata (obbligatoria) del percorso: passare dal bar dove lavora V. Mi faccio forza, pancia in dentro petto in fuori, sorriso sulle labbra e non guardo attraverso le vetrine. La Sissi mi dice che non è dentro. Ottimo, ottimo.
Dai Sissi, andiamo in quel bar tanto carino, dove faccio l’aperitivo tipo sempre.
Imbocco il vialetto d’ingresso. Ma tu guarda! Chi ci lavora ora! V! In carne, ossa, barba e beltà.
Ora smetto di scrivere come una pazza.

La verità.
Mi sono sentita cadere la terra sotto i piedi.
Era così bello. E io così felice di vederlo.
Proprio per questo ho perso in un istante calma, lavoro e tempo.
Ovviamente non sono entrata in quel bar, ma mi sono seduta lì vicino, in un punto che era al riparo dagli sguardi ma perfetto per vederlo, guardarlo, cogliere un po’ di lui. Quel poco che posso ora.
L’ho trovato bene, per quel poco che riesco a captare dai nostri amici in comune è felice. Ha trovato la persona giusta, pare, e io non potrei essere più contenta.

Ma a chi la do a bere? Di contento non ho nulla.
Potevo esserci io, potevo essere io quella persona giusta e non avrebbe nemmeno dovuto fare la fatica di cercarla perchè ad uno schiocco di dita io sarei stata pronta.
Ho aspettato immobile per tanto tempo.
E cosa ho ricavato?
Che non posso più nemmeno farmi l’aperitivo nel mio bar preferito. 😦

Delirando

Lezioni di vita in pillole?
Ne basta una per essere felici: NON INNAMORATEVI. MAI.

Lo disse anche Bacharach nella canzone più idiota che scrisse:

What do you get when you fall in love?
A girl with a pin to burst your bubble .
That’s what you get for all your trouble!
I’ll never fall in love again!

Ma sì, cioè ok, alla fine meglio saperlo, o no? Intendo che quasi tutti gli autori russi mi hanno presa per il culo, così come i Beatles e Bruce e tutti quanti. Anche le mie amiche. Quelle fidanzate da una vita. “Vedrai! Quando trovi quello giusto, sarai la persona più felice del mondo”. E io: “Sì, ma a me la vita da single mica dispiace, anzi”.
Beh, vaffanculo! Ora siete tutte single, io lo ero già e non ho perso nulla. E poi, l’avevo trovato quello giusto, io, mica per finta.

Delirio di una pazza, capitolo 1. -.-”

(LC)

 Quel ramo del lago di Como , che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, que1 borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di que1 vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute.

Alessandro Manzoni

La discoteca è un ambiente che non mi dispiace, se a suonare ci sono dee-jay bravi. Beh, certo, la musica non è certo quella che più mi rappresenta, in qualunque caso, però mi piace ballare, bere. Soprattutto bere direi.
Erano mesi che non andavo più nella discoteca a dieci minuti da casa mia; nelle ultime settimane ho frequentato solo il Magnolia a Milano, le discoteche mega zarre riccionesi, qualche raduno in montagna o al lago. Tutte cose che mi piacevano in ogni caso, non ci andavo forzatamente, al contrario, facevo il conto alla rovescia (anche se è andata a finire che data la mia passione spropositata per l’alcool ricordo poco di tutte queste sere. Vorrei fare uno smile ma mi rendo conto di esagerare ultimamente).
Insomma nulla, ieri sono tornata in questa discoteca lecchese e mi sarei voluta sotterrare. Il brutto delle piccole città è che anche se le lasci per qualche mese non cambiano, sono statiche; se fossero ferme in un periodo producente a livello culturale e personale, andrebbe più che bene, ma Lecco non è assolutamente così.
Lecco è l’apoteosi del provincialismo, della noia, delle cose sempreugualisemprelestessecheppalle.
E’ stato un episodio insignificante, ma mi ha ricordato quanto questa odi con tutta me stessa questa città.
Da cui allo stesso tempo, però, non riuscirei mai a separarmi, pur provandoci. Il sole sul lungo lago è più forte dell’atteggiamento da figli di papà, così come l’ombra del campanile di San Nicolò e tutte le panchine che ho misurato in lungo e in largo con le persone che amavo e che ad ogni passo suscitano un ricordo bitter-sweet.

Lecco è una di quelle città che non puoi capire finchè non ci passi la vita.