The Script live @ Alcatraz

Dopo una settimana di apatia totale, costellata da episodi di febbre alta e influenza varia, sono uscita ieri di casa per la prima volta per questo:

Esatto, ieri era il giorno del concerto dei The Script, e io ero là in mezzo, in terza fila più o meno, ad affrontare il primo dei concerti progettati quest’anno.
Me lo sono goduta come se ogni nota fosse una goccia di acqua nel deserto, come se fosse indispensabile avere i ricordi bene impressi di tutto quel trambusto.
I ragazzi sono stati bravi, di più. Bravissimi. Hanno tirato fuori il meglio e penso di non aver mai pianto così per nessun concerto, alla fine. Perchè i live grandi sono belli, ma quelli piccolini sono un’altra cosa, a livello di pelle, di emozioni.
La band di apertura era, poi, almeno al pari dei The Script (parliamo di altri tipetti irlandesi, The Original Rudeboys, che dicono ‘noit’ anziché ‘night’, per intenderci), con un lead singer che mamma mia, in tutti i sensi, e un ukulele di cui non ho ancora capito il ruolo esatto, ma che ci stava bene.
Insomma, gran concerto, gran serata, e i The Script si sono conquistati uno spazio nel mio cuoricino.
Devo ringraziare F, Eri e Ale per avermi fatto questo magnifico regalo.
E se fino ad ora le mie teorie dell’attesa vertevano su…ieri, è il momento di spostare le cose un po’ più in là e proiettarmi verso il 3 giugno. 🙂
PicMonkey Collage

Are we the waiting?

Ho imparato a vivere in funzione dell’attesa.
Ad affrontare ogni singola giornata, ogni singolo battito cardiaco, ogni piccolo grande dolore, come un gradino che, minuto dopo minuto, mi porta al momento che stavo aspettando.

Ho imparato che c’è quell’attesa che ti divora, che fa male veramente, ti ingarbuglia l’intestino e ti fa venire mal di pancia. Quella per cui inizi a prepararti alle 11 del mattino anche se manca mezza giornata all’ora x. E poi tanto è inutile che sai già che non succede quello che vorresti, però sì, ci speri, in fondo.

E poi c’è quell’attesa che te la puoi ritrovare in mano, scritta su un biglietto giallo e di mesi ne mancano addirittura 5, ma sai che sarà forse il momento più bello della tua esistenza, di sicuro lo ricorderai per sempre.

E tutto questo l’ho imparato per non pensare più che se sto male è perché sono sfigata e tutto il resto. E’ perché per pareggiare, mi sono preparata davanti anche tante cose belle.

Been lookin’ for a reason, man, something to lose.

Notte prima degli esami

Notte prima degli esami.
Sono passati poco meno di tre anni dalla mia maturità, eppure mi sembrano secoli.
Come una vita fa, praticamente, perchè questo è successo, c’è nata una nuova Jude in questo fiume di giorni.
La mia notte prima degli esami, quella vera, era stata normale, di ansia per la prova ce n’era ben poca, a diciotto anni avevo dentro tante di quelle cose, tanto di quello slancio a vivere, che la maturità la consideravo solo un passaggio obbligato a cui non ho dato la minima importanza. In fondo, non mi hanno mai chiesto se la volessi fare o meno, mi ci hanno buttata a forza.
Avevo passato la serata su Messenger con A, e non avevamo fatto nessun mega ripassone, ci eravamo promesse con mille parole che sì, erano finiti i nostri cinque anni insieme, ma che non ci saremmo lasciate per nulla al mondo. Forse è stata l’unica promessa che ho mantenuto.
Erano passati tre mesi dal mio primo bacio, e ancora ero in un limbo allucinante con V, che ai tempi era uno stupido ragazzino che si era fatto passare tutte le mie amiche con tranquillità e al quale io sbavavo letteralmente dentro. Come ogni maturanda che si rispetti, quella notte mi sono fatta una cultura su Venditti, “Stasera al solito posto, la luna mi sembra strana, sarà che non ti vedo da una settimana” era l’unico verso che c’entrava qualcosa con me.  In effetti le cose con lui non erano molto diverse rispetto a pochi mesi fa: spariva per mesi e tornava carico di esperienze da farmi pesare. Solo che ai tempi le sopportavo piena di speranza.

Notte prima degli esami anche questa qui, 20 gennaio 2013. E totalmente simile alla prima.
Domani mattina darò il mio (se tutto va bene) sestultimo esame universitario, l’insonnia c’è ancora, e ancora una volta non si tratta di ansia da prestazione.
L’adolescenza che da un po’ non faceva capolino, è tornata a farmi visita per deconcentrarmi, insieme alla maledetta pioggia sul maledetto vetro della mia maledetta mansarda.
A V, fortunatamente, riesco a non pensare più, e non mi devo nemmeno impegnare.
E’ che il mio cuore ha ripreso a battere e lo fa troppo forte, mi dà un fastidio allucinante, e lo fa casualmente ogni volta che apro Facebook e vedo il pallino verde accanto ad una foto di un tizio, non bello, ma quanto meno sensato, esistente e eterosessuale.

Prepariamoci quindi ad un’altra notte insonne, riproduzione casuale dell’mp3 impostata sulla playlist “Fallin’ in love” (dove detiene posto onorario il caro vecchio Tom Waits) e stacchiamo gli auricolari alle 6, che sarà ora di svegliarsi e di andare a prendere il treno

In the bathroom is where I want you

Eh.
Le sensazioni nuove, non me lo ricordavo più com’erano, e mi stanno spaventando parecchio.
Passo la mia vita ad evitare qualunque tipo di coinvolgimento, da anni, ed inevitabilmente non trascorre un giorno che sia uno senza essere coinvolta in qualche patatrac.

Eri mi ha detto, stasera, a proposito di quella cosa strana che sta nascendo tra lei e Ale: “Vorrei essere felice anch’io, ma più che altro sono terrorizzata”.
Ha usato il termine giusto. Lo sono anche io per loro, figurarsi se poi, immediatamente, il pensiero vola sulla mia situazione.
Su tutta questa novità. Sui segnali che arrivano ma che forse non è così, perché in fin dei conti è sempre stato che una volta ammesse le cose, me li creo da sola, i segnali.

Aaaaah madre de diosss! Ho questo cuore che non fa più male e che batte fortissimo e che mi fa fare continui sospiri e che ogni volta che mi guardo allo specchio, così gongolante, mi tirerei un pugno.
E vorrei tanto parlare con qualcuno che la situazione la vive con me, dall’interno, ma non posso che se le dico ad alta voce le cose poi si materializzano e io non voglio, non voglio.

Voglio solo che la cosa mi passi o che si risolva in una serata sola, magari in bagno, chi se ne frega dello squallore. Ma che finisca lì e oltre non vada, perchè non me la sento, non lo voglio, non deve.

Share a little of that human touch.


Quindi sei stato spezzato e ti hanno fatto del male,
mostrami qualcuno a cui non è successo.
Sì, so che non sono affari miei,
ma diamine, con un po’ di ritocco,
e un po’ di pittura…

Potresti aver bisogno di qualcosa a cui aggrapparti
quando tutte le risposte non contano più un granché,
qualcuno a cui tu possa semplicemente parlare
e un po’ di quel contatto umano.