DSM IV

Ma che feci io di male nelle mie vite precedenti per finire ad essere sempre e perennemente coinvolta in vicende con casi umani nel vero senso del termine?
Non stavo così bene nel mio periodo di letargo ormono-sentimentale e di zitellismo precoce, in cui era tutto acidume, era tutto musica dal punto di vista tecnico, tutti erano per me fonte di indifferenza?
Furono giorni di gloria.
E come tutti i Glory Days cantati da zio Bruce, dovevano cocnludersi.

Quindi vieni a me insonnia, venite a me fantasie insensate su soggetto non ancora ben identificato (possibile sindrome di Asperger a giudicare da freddezza e incapacità comunicativa – orma classifico le mie cotte attraverso il DSM IV), vieni a me caos e porta con te la certezza che anche questa volta il mio cuore non mi condurrà da nessuna parte. Se non a farmi fottere.

Share a little of that human touch.


Quindi sei stato spezzato e ti hanno fatto del male,
mostrami qualcuno a cui non è successo.
Sì, so che non sono affari miei,
ma diamine, con un po’ di ritocco,
e un po’ di pittura…

Potresti aver bisogno di qualcosa a cui aggrapparti
quando tutte le risposte non contano più un granché,
qualcuno a cui tu possa semplicemente parlare
e un po’ di quel contatto umano.

Long walks

Sì, sto latitando parecchio.
L’esame di cinema mi sta risucchiando viva, così come la preparazione delle valigia per Londra, svariate consegne dell’UPS da attendere, il lavoro, Angry Birds, i regali che mi ero ripromessa di non fare a nessuno, il programmare tutti i concerti che ho acquistato per il 2013, il non pensare all’imminente fine del mondo.

Lo ammetto, in fondo tutte queste cose non mi risucchiano.
E’ che questo spazio, per me, è il mio momento di riflessione, la finestra su quello che ho dentro. E a differenza di quanto possa sembrare, non sono così forte, e ora non sono pronta a leggermi dentro.
E’ ancora una lunga, lunghissima strada quella che devo percorrere, e la voglia che ho di incamminarmi non è poi tanta.
Aspetterò di essere pronta, nel frattempo Bruce mi starà vicino. (Che oggi sono arrivati i biglietti per il 3 giugno e sì, lo vedrò di nuovo. Il migliore).

A V. (e anche a Jude)

Ci ho messo un bel po’ di tempo a cercare di capire come il mio cuore e le mie difese dovessero comportarsi di fronte a questo messaggio.
Andrò per gradi: domenica sono dovuta andare per un laboratorio della facoltà al Campo Teatrale di via Casoretto a Milano. Era la seconda tranche di un percorso iniziato venerdì, con una counselor veramente capace ed empatica ed esercizi mirati al mettere in profonda connessione il lato emotivo con l’esperienza corporea pura e semplice. Il vero con il vero, insomma.
Già venerdì ero rimasta basita da quanto le mie rigidità corporee (come solo la risata facile durante i momenti di silenzio totale e quelli in cui, per un motivo o per un altro, dovevo sostenere a lungo lo sguardo con un’altra persona) fossero effettivamente e semplicemente un modo per sottrarmi ad altro, ad una paura più profonda. Quella di farmi scoprire, sotto la scorza di simpaticona, amicona, tutto ‘ona’, una debole. O meglio, stanca.
Ci è stato proposto un esercizio: con una ragazza praticamente sconosciuta, abbiamo dovuto fissarci negli occhi abbastanza a lungo da lontano. Superato questo primo momento, il passo successivo era quello che lei si avvicinasse a me tanto quanto lo riteneva opportuno. Lei ovviamente si è sentita libera di venire molto vicina a me, quasi ad un palmo dal mio naso, e a me la cosa non ha dato per niente fastidio, tutt’altro, mi ha quasi fatto piacere perché se si era sentita così libera di avvicinarsi e di entrare nel mio spazio vitale, significa che qualche vibrazione positiva gliel’avevo trasmessa. Il dramma è stato dopo, quando ci siamo scambiate i ruoli ed ero io a dovermi avvicinare a lei, che a differenza di me non era per nulla estroversa, al contrario, era abbastanza timida, seria, insicura. Mi sono fermata a un bel po’ di passi da lei, e quando mi è stato chiesto per quale motivo, ho risposto: “Perché avevo addosso anche la responsabilità di non ferirla”. Io ero pronta a tutto, non mi interessava lasciarla entrare nel mio raggio vitale. Ma lei? Qual era il limite oltre al quale non dovevo andare per non farle del male? E questa cosa, lo stare lontana, faceva bene ad entrambe, o solo a lei? Responsabilità. Tieni a mente questa parola perché ci tornerò presto.
Bene, finita la prima giornata sono tornata a casa, stanchissima, che ormai erano le ventuno. Ho mangiato velocemente e sono andata a dormire con la sveglia puntata per realizzare per la seconda volta uno dei miei sogni. Alle dieci di sabato avevo già acquistato i biglietti per la tappa di Bruce Springsteen a San Siro, di nuovo. A giugno vedrò tre concerti giganti: Bruce, Muse e Bon Jovi, e ora come ora è l’unico pensiero che mi spinge a fare in modo di riempire i sette mesi che mancano a questi eventi. Nel pomeriggio sono andata a recuperare le mie compagne di università di Como, Milano e Varese che, per la prima volta, venivano a Lecco per conoscere i miei e fermarsi a dormire da me. La cena è andata bene, benissimo, perché loro sono davvero ragazze in gamba e i miei sono rimasti veramente colpiti, in positivo, poi siamo uscite a bere qualcosa e la serata è passata in modo più che magnifico. Come non succedeva da un po’, oserei dire.
Domenica mattina mega ritardo, in fretta e furia siamo andate a prendere il treno per raggiungere la seconda e ultima parte di questo viaggio, la più intensa, triste e bella. Ritardo per ritardo, ci siamo fermate e fare colazione in un bar e qui mi sono concessa di entrare un secondo su Facebook, cosa che non facevo da praticamente due giorni. E ho trovato la tua mail. Sono totalmente sincera. La mia prima reazione è stata quella di chiudere il telefono e fare finta di non aver visto nulla, poi la curiosità mi ha schiacciata e ho dovuto leggere tutto. Il mio pensiero al momento è stato “No. Non ce la faccio”. Ho chiuso veramente tutto e con le lacrime agli occhi sono uscita dal bar (piccolo appunto, non piango da almeno due mesi), con una mano della mia amica di Milano sulla spalla e una voce nelle orecchie che mi diceva di stare tranquilla. Non ho pianto, alla fine, mi sono imposta che se ho scelto di non piangere più, non lo devo fare assolutamente. Però il dubbio si è insinuato in me. La responsabilità, di nuovo. Se fosse che quello che stava per fare del bene a me, sia tanto doloroso per qualcun altro? Me ne devo preoccupare o sbattermene, come non ho mai fatto? Non avevo tempo di fermarmi a pensarci, il laboratorio stava per iniziare e la giornata è andata bene fino, quasi, al momento finale.
Siamo state messe brutalmente davanti ad uno specchio. Tu lo sai quanto io odi gli specchi, ultimamente? “Guardati negli occhi”, e vedevo qualcuno che non ero io. “Sorridi”, e vedevo quella che vorrei vedere sempre. “Fai un’espressione delusa, arrabbiata”, ed eccomi lì, nuda e cruda, con l’espressione più naturale che potessi avere. Mi è nato un tarlo: e allora, l’Io di adesso, è quella lì con gli occhi all’ingiù, severa, chiusa, che è venuta fuori così, con uno schiocco di dita? E sì, è così. Sono arrabbiata, incazzata nera; non trovavo il modo di ammetterlo a me stessa ma lo sono. E qui avevi ragione tu, era questione di rabbia ed è stato totalmente chiaro poco dopo. Abbiamo toccato, appunto il tema della rabbia e effettivamente Alessandra, la counselor, mi ha fatto notare che la rabbia che accumuliamo e a cui il nostro corpo vorrebbe dare una risposta immediata (strozzare, spingere, colpire, lanciare) non è mai espressa perché, ovviamente, non posso mettermi a menare qualcuno solo perché lo vorrei. Il punto è che questo ci inibisce e causa dentro di noi la crescita di una specie di forziere della rabbia inespressa, al quale basta un piccolo, piccolissimo input per esplodere. Dobbiamo trovare un modo per liberare il nostro potenziale di collera e ci è stato suggerito di prendere i mobili a cuscinate con movimenti decisi, ti assicuro che funziona. Poi Alessandra ci ha chiesto di visualizzare, per solo un attimo, ciò che in quel momento ci stava provocando rabbia, e come se lo avessimo di fianco, di prenderlo a gomitate. Ho visto le altre ragazze del gruppo scoppiare a piangere, urlare, non puoi immaginare la tensione emotiva che c’era in quel momento. Io ho guardato un po’, commossa, tanto, ho chiuso gli occhi e l’unica cosa che ho visto era il mio cellulare e il messaggio di posta con il tuo nome sopra. Le gomitate sono arrivate senza nemmeno pensarci su.
Non ho pianto, non potevo farlo perché, di nuovo, il mio senso di responsabilità mi diceva che dovevo dimostrarmi forte di fronte a tutto quel dolore, o avrei complicato la situazione. Però avrei voluto farlo tanto, ma tanto.
Finito tutto sono tornata arricchita, certo, ma malinconica, e ho iniziato a scrivere questa mail.
Avevi ragione, appunto, ciò che provavo nei tuoi confronti e nei confronti del nostro rapporto, ora, era semplicemente rabbia da sbollire. Ma non per un episodio o due a cui non avevo dato credito. Erano tutti i silenzi, le sparizioni, le beffe, le incomprensioni per le quali non avevo mai avuto modo di sfogarmi decentemente, se non con qualche mini-litigata in cui andava sempre a finire che tornava tutto esattamente come prima.
Ti sei chiesto se un po’ mi manchi e per me sarebbe inutile negarlo. Ma mi manchi come mi mancavi tre volte l’anno, quando sparivi per rincorrere tutte le tue chimere e io stavo qui e la metà dei miei pensieri volava a te, mi chiedevo cosa stessi facendo, se stessi bene, se ti avessi fatto qualcosa per fartene andare di nuovo. Andava a finire che ti scrivevo, demolendo la mia dignità e il mio orgoglio, e se ottenevo risposta mi andava bene, altrimenti incassa e porta a casa. Ogni volta che poi, per un motivo o per l’altro, tornavi, pensavo (speravo) che fosse l’ultima volta e che non te ne saresti più andato, accantonavo la delusione e andavo avanti. E poi, invece, di nuovo, mi ritrovavo sola.
Per me non funziona così. Io l’amicizia la intendo diversamente, molto diversamente ma perché è nella mia natura capirla così: un rapporto costante e biunivoco, dal quale me ne vado solo quando mi sento costretta o tradita e nel quale lo scambio di interesse è reciproco.
Non la intendiamo allo stesso modo, e per questo non posso fare nulla perché siamo esseri unici e diversi, non posso pretendere che la tua visione coincida con la mia sia per principio che per utilità. Potevo solo esigere che ti adeguassi un minimo, ma non l’hai mai intuito, dovevo farlo io, per forza. Per due.
Ora, V, di rabbia ne provo poca, ho stemperato a modo mio, come faccio ogni volta, suonando un po’. Lo sapevi che è questo che faccio quando ero un po’ giù?
Veicolare i sentimenti negativi in qualcosa di bello, in note armoniose è una delle medicine migliori.
Quello che provo in questo momento non riesco ad identificarlo: delusione, passività.
Ho capito che per quanto mi riguarda mi sono addossata troppe responsabilità in questi anni, per mia scelta, certo, non lo nego, ma l’ho comunque fatto e mi sono ammalata di ritardo non mentale, ma emotivo. È che do alle persone, anzi, ti ho dato, più importanza di quanta tu ne abbia data a me. Ti ho sempre messo un gradino sopra tutto, un gradino sopra la morte di mio zio, un gradino sopra gli altri miei amici, anche un gradino sopra gli altri ragazzi, forse. Un gradino sopra di me.
Mentre io, per te, ero uno o due gradini sotto qualunque altra novità entrasse nella tua vita.
Non è colpa tua, è che siamo diversi.
Quindi in sostanza, sì, mi manchi e anche molto, ma so che tra due mesi tu sarai a svolazzare per qualche prato della vita, mentre io sarò di nuovo qui, in camera, a chiedermi dove sei. Voglio evitarmi questa agonia, V. Non me lo merito.
Il succo di questo sproloquio è che ho letto dentro di me e ora so cosa voglio: stare bene, per davvero. Se questo implica non vederti per un po’, un bel po’, posso solo accettarlo e andare avanti. Senza di te.

You’re missing

Yellow light – Of monsters and men.

E’ che mi manchi, V“.
Mi manchi anche tu, Jude“. 

Alla fine qualcuno doveva cedere. Dovevo essere per forza io. 
Bastano tre bicchieri di vino, ormai, e via, partenza!

Magari adesso studio per l’esame, dato che la mattinata è andata a fanculo pulendo tutti i vetri di questa casa enorme. Per colpa di questo esame ho pure dovuto disdire una festa di compleanno. FANCULO. Ai vetri e all’esame. 

Che oggi è pure il compleanno di Bruce. ❤ 

Delirando

Lezioni di vita in pillole?
Ne basta una per essere felici: NON INNAMORATEVI. MAI.

Lo disse anche Bacharach nella canzone più idiota che scrisse:

What do you get when you fall in love?
A girl with a pin to burst your bubble .
That’s what you get for all your trouble!
I’ll never fall in love again!

Ma sì, cioè ok, alla fine meglio saperlo, o no? Intendo che quasi tutti gli autori russi mi hanno presa per il culo, così come i Beatles e Bruce e tutti quanti. Anche le mie amiche. Quelle fidanzate da una vita. “Vedrai! Quando trovi quello giusto, sarai la persona più felice del mondo”. E io: “Sì, ma a me la vita da single mica dispiace, anzi”.
Beh, vaffanculo! Ora siete tutte single, io lo ero già e non ho perso nulla. E poi, l’avevo trovato quello giusto, io, mica per finta.

Delirio di una pazza, capitolo 1. -.-”

La vie universitaire (comment me manque!)

Bicocca: semestri. Che in realtà si concludono in tre mesi e per i rimanenti tre resti a casa a “studiare” per le sessioni di fine semestre.
Tre. Lunghi. Mesi.

L’università, se la vivi bene e con voglia di fare, è un ambiente stimolante. Ogni giorno conosci qualcuno di nuovo, anzi, devo ammettere che in due anni ho incontrato alcune anime che sono entrate a far parte delle persone più importanti della mia vita. Anime belle, ricche, con cui condividere concerti e passioni. Sì, mi mancano molto, purtroppo unire tutta la Lombardia in una giornata sola è complicato, problemi lavorativi e di trasporto si sommano. E così non vedo la Varesotta da mesi, la Lodigiana altrettanto e troppo poco spesso la Milan-pugliese che viene in Bicocca praticamente solo per portarmi la colazione sapendo che io a casa non la faccio mai (non è un amore?).
Poi, oltre alla persone, mi manca salire sul treno la mattina presto, magari anche quando fa freddo. Un buon libro, il mio maledetto lettore mp3 vecchio come il cucco che può contenere solo 200 canzoni, costringendomi a scegliere tra le attuali 855 della mia libreria multimediale (scelta che ricade sempre su Beatles, Springsteen, Oasis e Kooks). Un viaggio di un’ora e quaranta accompagnato dalla mia musica preferita e dai messaggi del buongiorno della mia migliore amica. E se si sveglia presto, anche del mio migliore amico, cosa che capitava spesso durante il primo anno di università e che mi metteva addosso una sensazione indescrivibile di tepore, abbracci e profumi che ho nel cuore.

Insomma, la mia università e la mia vita, quanto mi mancano!
Fortuna che a ricordarmela c’è di fronte a me questo bellissimo ed irrinunciabile manuale di storia moderna. No aspetta. :O